E se arrivano i fascisti?

Chi andrà al Salone del libro di Torino quest’anno potrà anche visitare lo stand e assistere alle presentazioni dei libri di un editore fascista. Uso proprio il termine “fascista”, e non espressioni come “di estrema destra” o “con simpatie fasciste” o altro, perché è proprio così che lo stesso editore si è definito, precisando anche che, a suo avviso, “il vero male è l’antifascismo”.

Lo scrittore Nicola Lagioia, direttore del Salone, sentendosi chiamato a giustificare questa scelta, scrive che in realtà a lui e al comitato editoriale competono le scelte sul programma, dove mai, aggiunge, ci sarebbe stato spazio per l’apologia del fascismo e per l’odio etnico e razziale, a maggior ragione nell’anno in cui ricorre il centenario di Primo Levi; rivendicando fortemente l’antifascismo come valore in cui lui, il comitato editoriale e l’intera città di Torino credono fortemente.

L’assegnazione degli stand, continua Lagioia, segue altre logiche che è opportuno discutere con il Comitato di indirizzo del Salone, di cui fanno parte le associazioni di categoria della filiera del libro, fra cui anche l’Associazione Italiana Biblioteche. Il Comitato di indirizzo dice in sostanza che sì, il fascismo è una brutta cosa, ma fino a che non ci sono condanne della magistratura bisogna rispettare la libertà di pensiero e di espressione di tutti. Qui le dichiarazioni complete.

In breve tempo le prese di posizione di alcuni scrittori e intellettuali italiani si sono fatte sentire: Cristian Raimo si è dimesso da consulente del Salone, il collettivo Wu Ming ha annunciato che non parteciperà in nessuna forma, anche se la sua presenza era prevista; anche Carlo Ginzburg ha annullato la sua partecipazione, come gesto politico di solidarietà a Cristian Raimo. Il fumettista Zerocalcare, ospite del Salone per tre giorni, dichiara che non gli è possibile condividere alcuno spazio “con chi ha accoltellato i miei fratelli”, e annulla tutto. Leggo ora che una simile scelta è stata fatta anche da Salvatore Settis e Tomaso Montanari; forse altre ne arriveranno.

Con la stessa intransigenza, Michela Murgia, seguita da Helena Janeczec, Chiara Valerio e molte e molti altri, dichiara invece che parteciperà al Salone proprio “per rappresentare i valori della democrazia, dell’umanità e della convivenza offesi dal fascismo e dal nazismo”.

È molto bello leggere le motivazioni di ciascuno, indipendentemente dalla scelta sulla propria partecipazione al Salone del Libro. È bello perché si esprimono posizioni articolate e motivazioni anche complesse, che solo l’hashtag #IoVadoATorino e il suo antagonista #iononvadoatorino semplificano in modo forzato (ma è questo il mestiere degli hashtag).

Non è importante quindi fare il tifo per chi va o per chi non va al Salone o stabilire cosa sia più giusto, anche perché tutti esprimono comunque un netto dissenso.

Quello che invece mi sembra importante è che, con l’assenso di un comitato di indirizzo, che in nome della libertà di pensiero e di espressione considera legittima la presenza di un editore dichiaratamente fascista alla più grande manifestazione sul libro in Italia, si stia legittimando, anzi normalizzando, ciò che normale non può essere.

Se ne scrivo è perché non mi pare che ci sia attenzione a questo tema nel mondo bibliotecario. La posizione dell’AIB, pur espressa come parte di un organismo composito come il comitato di indirizzo del Salone, non mi pare sia stata finora commentata o discussa dalla comunità dei bibliotecari.

Perché, se i fascisti sono ammessi al Salone, cosa faremo quando dovremo ammetterli anche nelle biblioteche? Se anche l’AIB accetta che ciò si possa fare in nome della libertà di pensiero e di espressione, allora cosa succederà quando razzisti, negazionisti, violenti e portatori di odio, nonché esponenti di un’ ideologia che è reato professare, vorranno esprimersi anche nelle nostre biblioteche?

Arriverà il momento in cui non sarà più possibile appellarsi senza alcun distinguo al Manifesto Unesco delle Biblioteche Pubbliche; sarà il momento in cui “rendere prontamente disponibile ogni genere di conoscenza e informazione” potrà significare scegliere di rendere prontamente disponibile l’odio razziale, la violenza, l’intolleranza.

“Qua ogni settimana spostiamo un po’ l’asticella del baratro”, scrive Zerocalcare. Sta arrivando il momento in cui anche noi bibliotecari saremo chiamati a scegliere chiaramente dove fissare l’asticella.

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