Fare cose con i dati

Il Burkina Faso è un territorio povero di acqua. Ci sono dei bacini più o meno grandi che si formano nella stagione delle piogge, che però nella restante parte dell’anno diventano secchi. L’acqua bisogna estrarla dai pozzi: si trova a qualche decina di metri sotto terra, dove, coperta da un alto strato di suolo argilloso, si raccoglie lungo falde rettilinee che scorrono sopra rocce di granito. Le radici degli alberi si sviluppano sottoterra soprattutto in verticale, perché cercano di raggiungere l’acqua, e quindi, per decidere dove trivellare per scavare un pozzo, si cercano alberi disposti naturalmente in fila.

Ma dove, effettivamente, c’è bisogno di un pozzo? Quanti sono i pozzi funzionanti, quelli accessibili, nelle zone rurali di quel paese? e quante decine, centinaia o migliaia di metri bisogna percorre per raggiungerne uno?  Nasce da queste domande il progetto H2OpenMap: un censimento dei pozzi presenti in un’area rurale del Burkina Faso, perché, come si cita in homepage del progetto “se sappiamo dove sono i pozzi, sappiamo anche dove mancano”.

Dunque questi volontari percorrono i territori e cercano i pozzi esistenti, li geolocalizzano su una mappa, li classificano per tipologia, per stato di funzionamento, per possibilità di accesso, distanza dai villaggi, e aggiungono varie altre informazioni utili e poi sulla base di questo decidono dove trivellare per costruirne di nuovi. E cambiare la vita di chi abita quei territori.

Condivideremo tutti i risultati con più associazioni possibili e cercheremo di insegnare questo metodo a quanti vorranno partecipare, mappando altre zone del Burkina Faso. Se riusciremo nell’intento di diffondere il progetto allora in breve tempo avremo una mappa dei pozzi del Burkina Faso e perché no, anche di altre zone dell’Africa.

Ho scoperto tutto questo partecipando a uno degli incontri organizzati nell’ambito del quarto raduno di Spaghetti Open Data, gruppo informale di “italiane e italiani che fanno cose con i dati“, tenuto insieme da una mailing list attivissima che seguo con meticolosa attenzione da più di due anni, affascinata dalla passione che pervade qualunque discussione. Anche quelle, numerose, di cui io non capisco niente perché dell’aspetto informatico delle cose io so pochissimo. Perché le seguo dunque? Perché sono una bibliotecaria, e con la stessa loro passione perseguo il sogno di un accesso aperto alla conoscenza, in tutte le forme possibili, a tutti i livelli: nella disponibilità di dati e informazioni, nella capacità di interpretarli, di elaborarli, di riusarli per costruire nuovi saperi, nel facilitare il percorso per chiunque voglia coinvolgersi, provare, mettere un pezzo delle proprie idee, conoscenze, competenze per costruire percorsi di conoscenza davvero libera. Quando proprio sono scoraggiata dal fatto che non riesco a seguire la mailing list perché troppo tecnica per le mie competenze (e non è il solo progetto che fatico e contemporaneamente mi ostino a seguire), mi ricordo di questo intervento di Aaron Swartz, che è una delle letture che più mi è stata d’ispirazione e che più mi ha dato motivazione nelle cose che faccio, e capisco perché lo sto facendo.

Le persone che fanno cose con i dati, che a volte parlano in un linguaggio a me incomprensibile, permettono la costruzione di pozzi d’acqua in Africa, censiscono i beni confiscati alle mafie e il loro riutilizzo; raccontano, con numeri e dati, quanti e quali sono i muri che dividono in Europa, raccolgono e organizzano i dati sugli edifici contaminati dall’amianto per fornire supporto a inchieste giornalistiche e azioni civiche. Cercano, liberano e organizzano i nudi dati e li trasformano, o permettono con il loro lavoro ad altri di trasformarli, in informazioni, strumenti, servizi.

Che la definizione di open data comprenda tutto questo sono in pochi a saperlo forse, e pochi, anche fra chi i dati li crea e li possiede, ne capiscono l’importanza. Io, man mano che imparo seguendo questo percorso, mi convinco sempre più che l’open data sia la cellula e l’unità di misura minima della libertà e della democrazia nei nostri tempi.

La funzione decorativa della lettura

Ho cominciato a lavorare come bibliotecaria vent’anni fa.
Era giusto il mese di aprile, e dal primo giorno fui assegnata a due specifiche mansioni: la sezione ragazzi al mattino (come era naturale, essendo io una donna, e quindi portatrice di innata vocazione per i bambini; i bibliotecari maschi e il direttore erano al piano di sotto ad occuparsi di faccende più virili, il pubblico adulto e l’acquisto di libri); il pomeriggio mi spostavo in un punto di prestito di una frazione vicina: una stanza quadrata al piano terra, sotto la scuola elementare, con otto scaffali e quattro tavoli.
In quella biblioteca, aperta dalle 14.00 alle 18.00 tutti i pomeriggi, venivano 15 utenti a giorni alterni, tutti insieme, e ci restavano per quindici minuti: i bambini della scuola elementare durante la ricreazione. Per il resto del tempo l’unica frequentatrice della biblioteca era l’anziana bidella della scuola, una donna grigia i cui occhi spenti assumevano tristemente vita solo nei momenti in cui piangeva, perché, mi spiegava, “aveva la depressione”, e non c’era niente da fare.

Devo dire che, oltre alla ricchezza di quel contatto umano, e nonostante il contesto in cui ero arrivata, ho imparato molto in quei primi due anni: al mattino lavoravo con una bibliotecaria straordinaria, che ha saputo trasformare la sua condizione di bibliotecaria dei bambini “in quanto donna” in un’altissima competenza, di cui ora possono beneficiare bambini, insegnanti, genitori e bibliotecari che hanno la fortuna di frequentare i suoi corsi; il pomeriggio fantasticavo, in quella biblioteca piccola e inadeguata, pensando per differenza a cosa avrei fatto se avessi potuto: e pensavo in grande, come i bambini che da grandi vogliono fare il supereroe. Io non ponevo limiti all’immaginazione bibliotecaria mentre scalpitavo per diventare grande in fretta e togliermi di dosso la condizione di giovane e inesperta.

Qualche anno dopo lavoravo in una nuova biblioteca, e lì ho potuto sperimentare quell’autonomia che andavo cercando. Era la fine degli anni ’90, primi 2000, e biblioteche come Salaborsa a Bologna, San Giovanni a Pesaro, San Giorgio a Pistoia, rappresentavano l’innovazione in Italia, il modello cui molti bibliotecari pubblici si ispiravano, che aveva dato slancio ed entusiasmo e molto da lavorare, in termini di creatività e sperimentazione, ai bibliotecari che andavano a visitarle e tornavano un po’ felici (di vedere cosa si può fare) e un po’ frustrati, perché, soprattutto per le bellissime architetture, erano modelli ancora lontani dalla realtà della maggior parte delle biblioteche in cui si lavorava. Entrare in biblioteca doveva essere un’esperienza bella per l’utente, piacevole, facile. L’utente doveva essere talmente soddisfatto degli spazi, dei servizi, dei libri, da volerci tornare.

Poi, non si sa bene come, “Leggere è bello” divenne l’imperativo di quegli anni, e abbiamo fatto sforzi in ogni direzione per dimostrarlo. La creazione di occasioni sociali come le maratone di lettura, per esempio, le campagne nazionali per il piacere di leggere, poi i gruppi di lettura per socializzare e condividere la gioia che la lettura doveva dare. E poi le “biblioteche fuori di sé”: portavamo i libri dal barbiere, in piscina e in salumeria, perché i libri dovevano essere dappertutto, perché nessuno poteva sfuggire al piacere della lettura e il nostro compito era quello di creare occasioni di incontro con i libri.
Eravamo bibliotecari militanti, e avevamo una visione ingenua e grandiosa del nostro lavoro.

Nel frattempo venivano istituiti per legge gli Uffici Relazioni con il Pubblico, e non solo non ci stupivamo che le amministrazioni non chiedessero a noi di lavorare con l’informazione e i cittadini, ma probabilmente, se ce lo avessero chiesto, ci saremmo offesi di vedere contaminata la nostra quotidiana celebrazione del libro con servizi che non avevano a che fare con la lettura.
Non ci siamo accorti così di lavorare giorno per giorno per una nicchia di utenti, e per un’esigenza che sempre di più nel corso degli anni si sarebbe rivelata un lusso, e non una necessità per il pubblico.

Quale è stato il momento in cui abbiamo deciso che dovevamo lavorare per disseminare il piacere della lettura, invece che per fornire, o quantomeno facilitare l’accesso alla conoscenza per i cittadini? Quando abbiamo stabilito che bastava che a una persona fossero spalancate le porte del piacere per la lettura, per farne un cittadino consapevole, informato, socialmente e culturalmente emancipato? Come abbiamo potuto pensare che bastasse leggere, per essere una persona migliore e che il nostro compito fosse creare una società di “persone migliori”?
Eppure è andata così, abbiamo investito in risorse, professionalità, documenti, per promuovere il piacere della lettura e lavoriamo, oggi, con la minima percentuale di utenti che ama leggere, che sono gli stessi di allora forse, e i pochi bambini che, cresciuti, hanno mantenuto questa abitudine.

La conseguenza più grave di tutto questo è, secondo me, nella visione che noi stessi abbiamo contribuito a creare sia nei cittadini non lettori, che negli amministratori. Cioè che le biblioteche sono affare per chi legge, escludendo di conseguenza chi non ha voglia, tempo, passione per la lettura, e quelli che, pur avendoli, preferiscono comprare libri e non frequentare comunque la biblioteca.

In tempi di tagli di risorse, dunque, succede che non appare strano e anzi, viene considerato un atto di amministrazione coraggiosa e innovativa, inaugurare biblioteche nuove, composte da libri donati da cittadini ed editori (basta che siano libri, e vanno bene) e gestite da volontari: il piacere della lettura non richiede infatti particolari professionalità, anzi forse si diffonde più facilmente grazie all’entusiasmo e alla gratuità con cui si spendono i volontari (lo dico senza alcuna ironia).
Così come viene salutato come atto di attenzione alle esigenze di servizi bibliotecari  disseminare il territorio di Little Free Libraries, come servizio sostitutivo.
Così come vengono considerate campagne di sostegno alle biblioteche quelle che invitano a “donare un libro alla biblioteca”: li regalano i cittadini, basta che siano libri, non serve destinare risorse pubbliche per questo scopo.

La scorsa estate passeggiavo su un affollato Lungotevere con un’amica, di sera. Era pieno di vita, di giovani, di profumi di cibo buono, di bancarelle e bellissimi locali per aperitivi o cenette. In quasi tutti questi locali all’aperto era presente uno scaffale di libri: intorno ai divanetti, sulle pareti laterali, in grandi cestoni. Naturalmente nessuno leggeva, e ci mancherebbe, con tutta quella bellezza e quella vita intorno.
E allora ho pensato che quella funzione decorativa dei libri, forse un po’ l’abbiamo alimentata anche noi bibliotecari degli anni duemila, spendendo troppe energie e risorse in servizi in qualche modo decorativi e trascurando invece una funzione di cui c’è sempre un più disperato bisogno: fornire risorse informative di qualità, lavorare per rimuovere ogni ostacolo fra i cittadini e le informazioni, mettere a disposizione strumenti di interpretazione della contemporaneità, per combattere la semplificazione e l’appiattimento di fronte alla complessità delle dinamiche sociali in cui viviamo.

Tutto questo oggi è considerato in termini di sfida e innovazione, ma era questa ed è sempre stata questa la missione delle biblioteche pubbliche. Solo che a un certo punto ci siamo ubriacati di piacere per la lettura e ce ne siamo dimenticati.

Wikipedia, un posto per bibliotecari

Tutto quello che i bibliotecari potrebbero fare per fornire un reale, ampio accesso alla conoscenza nei nostri tempi è ottimamente spiegato qui, e consiglio di leggere tutto il post di Virginia Gentilini prima di proseguire con la lettura di questo. Io posso solo aggiungere una riflessione.

Non è passato tantissimo tempo da quando la riproduzione di pagine di enciclopedie su richiesta dei nostri utenti occupava un discreto tempo lavorativo della nostra attività di bibliotecari. Da quando ci toccava comprare un volumone di aggiornamento che costava quanto tre mesi di servizio novità, o da quando la scelta di acquistare un’intera enciclopedia cartacea era per una biblioteca un serio investimento economico che incideva notevolmente nel budget annuale per l’acquisto dei libri – quindi doveva essere una scelta meditata, curata, analizzata nei dettagli (ricordo una lunga discussione con alcuni colleghi per l’acquisto di volumi le cui pagine erano di una dimensione che non permetteva la riproduzione nei formati standard previsti dalle fotocopiatrici).

Ora non compriamo più le enciclopedie, facciamo pochissime fotocopie di quelle che abbiamo in sede chiedendoci a ogni revisione se è giunto il momento di scartarle; continuiamo a salvarle, in molti casi, perché la voce sulla Prima Guerra Mondiale o su Giacomo Leopardi può avere senso anche senza aggiornamenti: Leopardi e la Prima Guerra Mondiale in fondo restano sempre quelli – quell’enciclopedia non ci dirà però di tutti i documenti, immagini, testimonianze che Europeana raccoglie sulla Prima Guerra Mondiale; né ci farà sfogliare un’edizione dei versi di Leopardi pubblicata mentre l’autore era ancora in vita.

Spetta a noi, al nostro ruolo di mediatori dell’informazione, di facilitatori della conoscenza, raccontare dell’esistenza di queste risorse a chi non le sa cercare, a chi non conosce la loro esistenza, a chi si ferma al primo risultato di Google non badando al fatto che sia o meno sponsorizzato.

Ma c’è un problema: i nostri utenti non vengono più da noi, vanno su Wikipedia.

Wikipedia è generalmente indicato come il sesto sito più consultato al mondo. Fronteggia quasi alla pari mostri come Google e Facebook. […] Se ci interessano gli utenti, ci interessano Wikipedia e il fatto che sia un’enciclopedia di qualità. La maggioranza dei nostri utenti non utilizzerà altra risorsa di reference per il resto della sua vita.

Scrive Virginia Gentilini. 

Se i nostri utenti non vengono da noi, ma vanno su Wikipedia, allora su Wikipedia dobbiamo andarci anche noi. Fa parte del nostro lavoro, della nostra missione. Non basta frequentare un corso di aggiornamento sulle risorse informative in rete e sapere che esiste: Wikipedia deve essere anche la “nostra” biblioteca, il posto in cui esercitiamo attivamente la nostra professione.

La cura con cui sceglievamo le enciclopedie cartacee, ora dovremmo usarla nel verificare le voci di Wikipedia, e nell’arricchirle non solo di contenuti, ma anche e soprattutto di fonti. Le fonti sono in biblioteca, intorno a noi. Sono i libri che abbiamo acquistato, le collezioni di periodici che conserviamo, le risorse di qualità che il nostro approccio consapevole e informato alla rete Internet ci permette di conoscere. Le troviamo a occhi chiusi, se vogliamo. È il nostro lavoro.

Pensiamo inoltre a quante fonti preziose, a volte uniche, sulla cultura del nostro territorio, conserviamo nelle nostre biblioteche che potremmo mettere a disposizione di un pubblico più ampio: dello studioso che vive dall’altra parte del mondo, per esempio, che verrebbe così a sapere dell’esistenza di documenti altrimenti impossibili da conoscere.

La prossima volta che cercando su Wikipedia ci scandalizzeremo della povertà o inaffidabilità di una voce, rimpiangendo i tempi non lontanissimi in cui il sapere era rinchiuso dentro testi autorevoli, alziamoci, andiamo in sala o nei depositi e cerchiamo un testo “autorevole”. Poi torniamo su Wikipedia, clicchiamo su “modifica” e aggiorniamo la voce.

E c’è un motivo in più per farlo subito, a partire da questa settimana: ecco perché e come fare: #1Lib1Ref.

 

Oggi non ho fatto niente

Oggi ero io, in biblioteca, quella che non faceva niente. Avevo finito di lavorare presto e avevo un altro impegno in città dopo due ore, e fuori era freddo. Così ho scelto la biblioteca, perché era un posto caldo dove poter stare senza che qualcuno venisse a chiedermi qualcosa. Sono stata seduta un bel po’ e non ho toccato neanche un libro: non avevo voglia di leggere. Ho risposto a qualche email dallo smartphone usando il wi-fi della biblioteca, e poi ho passato il tempo a guardare gli altri, perché se c’è una cosa che non mi stancherei mai di fare nella vita è starmene in qualche posto, da sola, a guardare la gente che passa.

No, non ho usato la biblioteca per i suoi servizi, a parte un po’ il wi-fi. Ero una che non faceva niente. Come quelli che giorni fa nominava il tal politico: “Sono passato in biblioteca giorni fa, certo ne avete di gente che non fa niente“. Come quelli che ci mandano in crisi, noi bibliotecari, nei giorni di pioggia: tanti i posti occupati da quelli che non fanno niente. Come quelli che spingono diligenti studenti universitari a scrivere lettere al giornale lamentando la violazione del tempio della cultura da parte di chi non fa niente.

Alcuni sono personaggi noti: ogni biblioteca ha i suoi, quelli che ricorrono negli aneddoti curiosi dei bibliotecari. La donna dal volto di indecifrabile tristezza che ogni tanto, furtivamente, si cerca un angolo nascosto e si mette a riordinare i libri fuori posto sugli scaffali. L’ anziano signore che tutte le mattine è il primo ad entrare, si siede dove trova posto, tira fuori fogli di carta bianca e matita e disegna le persone che vede, poi verso le undici esce e non si vede più per il resto della giornata. L’altro signore che in biblioteca ci passa tutto il giorno con un libro in mano, che si porta da casa, e che interrompe le lunghe giornate senza fare niente con qualche mezz’ora di lettura. Le signore straniere che fanno le pulizie negli uffici, abitano chissà dove in periferia e le corse dell’autobus sono rare, arrivano con molto anticipo, si cercano un posto e aspettano chiacchierando sottovoce. Chi viene nella pausa pranzo a mangiare in giardino qualcosa che ha preparato in casa e chiuso in un contenitore di plastica. I ragazzi che escono da scuola e aspettano che qualcuno li venga a prendere. La ragazza che viene con un bambino piccolo, cerca una poltrona in un angolo discreto e si mette ad allattarlo, e quando ha finito va via. I tanti immigrati che aspettano: un permesso di soggiorno, una casa, un lavoro, l’ora di cena, un treno, un compagno di viaggio, o semplicemente che qualcosa accada mentre i giorni trascorrono.

E insieme a loro altri, invisibili perché non si fanno notare: non chiedono, non disturbano. Si mescolano nel via vai quotidiano.

Tutti hanno in comune una scelta: passare del tempo in biblioteca, indipendentemente dall’uso dei servizi che questa offre.
Hanno scelto gli spazi, e insieme la compagnia indistinta degli sconosciuti che la frequentano; la possibilità di essere anonimi, e nello stesso tempo di affermare la propria unicità in uno spazio dove chiunque può trovare il suo posto.

Avevo letto qualche tempo fa questo post di Marco Goldin, a proposito della parte silenziosa della comunità rilevata dai social media. L’articolo è interessantissimo e dice cose sorprendenti sulle comunità invisibili che popolano le pagine Facebook. Noi contiamo i like e le condivisioni dei post, e non ci accorgiamo che esistono interazioni, nodi e reti intorno alla nostra attività social che non vediamo, e per questo pensiamo che non esistano. Vediamo per esempio che un post non ottiene dei like e di conseguenza possiamo anche decidere di non postare più altro di quella tipologia. E sbagliamo.

Io leggevo e pensavo: ma non è che questo accade anche dentro il mondo fisico delle biblioteche? Noi contiamo i prestiti e gli iscritti al prestito e facciamo i profili di comunità e organizziamo i servizi sulla base di questi dati. Bene, ma quelli che ci scelgono per altri motivi, o semplicemente per nessun motivo preciso, chi sono, dove li mettiamo? Abbiamo una responsabilità nei confronti della loro scelta? Credo di sì.

Abbiamo creato luoghi accoglienti, sicuri, rispettosi dell’unicità di chiunque (se siamo stati bravi). Abbiamo creato spazi in cui anche solo passare il tempo, senza usufruire dei servizi, può fare la differenza per le persone che li frequentano. Sono persone che non vanno altrove, che scelgono la biblioteca. Perché non esiste un altrove in cui si può vivere una dimensione così intimamente propria e così fortemente collettiva come la biblioteca.

Di sicuro, la biblioteca non l’abbiamo organizzata così per loro, tenendo presente quel target di riferimento. Perché quel target non esiste nei profili di comunità, nelle analisi dei bisogni. Eppure, con la loro presenza, queste persone sono preziose, perché contribuiscono a dare questa identità libera alla biblioteca pubblica, questo senso di gratuità – perché nulla è richiesto a chi entra.
Allora mi chiedo se non sia nostro compito anche avere cura di queste esigenze, ricordandocene ogni giorno e cercando un equilibrio fra la funzionalità degli spazi e la cura della loro neutralità, lasciando che siano le persone – che sono singoli e comunità insieme – a caratterizzarli, a renderli mutevoli, flessibili, funzionali anche in base alle proprie necessità e non solo secondo il criterio dei servizi offerti.
E questo, in fondo, vuol dire anche avere cura di spazi sociali sani, in cui è possibile coltivare forme spontanee di rispetto e di convivenza civile.

Una questione di identità

Oggi al supermercato ho incontrato Sara.

Era bellissima, con i suoi lunghi capelli neri e gli occhi scuri sempre vivaci, il sorriso dolce e sfrontato, uguale a quello della prima volta che l’ho vista. Incredibilmente, con lei c’era la sua amica Yasmin: quindici anni fa, forse poco più, loro bambine di seconda elementare arrivate da pochi mesi in Italia, io bibliotecaria della periferia urbana della mia città, erano inseparabili. Alcuni bambini piccoli ci giravano intorno nella nostra breve conversazione fra gli scaffali. Con un sorriso abbiamo detto entrambe “Ti ricordi di me?”. Certo che ci ricordavamo. Abbiamo rievocato insieme la vecchia sede della biblioteca; le ho detto ancora: “Quando penso a quegli anni e a quella biblioteca, non posso fare a meno di ricordare anche te”. Lei era stupita, non pensava forse di essere così speciale. Non lo ricordava.

Venne la prima volta in visita alla biblioteca con la sua classe. Io raccontai loro della biblioteca, del codice segreto che identifica magicamente il posto di ciascun libro sulla scaffale; risposi alle loro domande spiegando che no, quei libri non erano tutti miei, e che no, non li avevo letti tutti, e poi li tirammo fuori insieme dagli scaffali e sul grande tappeto, bimbi e libri in ordine egualmente sparso, leggemmo delle storie. Come sempre, poi alla fine tutti andarono via con la testa piena di quei racconti, e in mano il modulo da riportare firmato dai genitori.

Non tutti poi tornano. Lei invece fu la prima a tornare, quello stesso pomeriggio. Aveva in mano il modulo, voleva la sua tessera della biblioteca.

Timida, ma guardandomi dritta negli occhi me lo porse. Lo presi, guardai il modulo: un attimo di sorpresa. Sorrisi, la guardai e le chiesi: “Ti chiami davvero Sara?” E lei, sicura: “Sì”. “E anche tua madre si chiama Sara?” “Sì”. Il cognome di quella bambina maghrebina risultava essere uno dei più comuni della città, e anche la madre a quanto pareva portava quel nome e cognome. Nello spazio in cui si riporta il numero di documento di identità di un genitore, c’era una sequenza di numeri a caso che neanche riuscivano a stare sulla stessa riga. Il modulo era compilato con una grafia incerta: era inequivocabilmente scritto da una bambina che aveva appena imparato a scrivere.

Ho pensato e ripensato anche in seguito a quello che poteva essere successo. Forse i genitori preferivano non firmare documenti ufficiali non indispensabili appena arrivati in un paese nuovo e sconosciuto. Forse la madre non aveva un documento da allegare, richiesto per l’iscrizione dei minori. Forse le avevano negato il permesso di andare in biblioteca, o di avere una tessera personale, magari per il timore che i figli rovinassero i libri presi in prestito e di doverli in quel caso rifondere. Forse, semplicemente, non aveva detto niente a nessuno ed era stata una sua iniziativa.

Senza chiedere altro, cominciai a inserire quei dati palesemente falsi, e qualche minuto dopo la tessera era pronta. La bambina si precipitò verso i libri che aveva sfogliato la mattina, ne prese subito in prestito il numero massimo possibile, e poi restò in biblioteca fino all’ora di chiusura. Nei giorni, settimane, mesi e poi anche anni successivi, lei era sempre lì, sempre con la sua amica Yasmin. Decine e decine di libri sono usciti  dalla biblioteca e poi rientrati passando da casa sua (qualcuno sì, è tornato con le pagine strappate: erano stati i suoi fratellini, mi diceva sempre. “Loro non hanno cura dei libri”).

Mi colpì tanto la storia di quella bambina molto piccola che, arrivata da poco in Italia, già si percepiva come una persona che aveva qualche diritto in meno rispetto agli altri bambini, che in Italia ci erano nati. E che si era organizzata subito per colmare questa differenza: con intelligenza, prontezza di spirito, ma anche con la forza e tutta la spontaneità della sua convinzione di essere come gli altri. I bambini lo sanno, e praticano la loro appartenenza ad un mondo di pari in modo istintivo: perché mai dovrebbero lottare per affermarlo?

Anche oggi, salutando quella donna molto bella, curata, sicura, dallo sguardo fiero e il sorriso dolce, le ho detto: “Ciao, Sara”. Non ho mai saputo il vero nome di quella bambina che si fingeva italiana per poter frequentare la biblioteca. Ma che importa.

Dove non si parla di libri

I protagonisti di questa storia sono: una biblioteca pubblica, un social network, un cittadino della ex­-Jugoslavia, un centinaio, o forse più, di sconosciuti che hanno scritto una voce su Wikipedia.

La storia è molto breve. La biblioteca decide di mettere in mostra dei libri di narrativa di autori dell’area balcanica; espone anche delle mappe che rappresentano le diverse fasi di costituzione del territorio della ex­-Jugoslavia negli ultimi 25 anni. La foto delle mappe è pubblicata sulla pagina Facebook della biblioteca, insieme a un breve testo che promuove l’iniziativa.

Il post su Facebook viene commentato con toni piuttosto accesi da una persona che protesta perché, nell’ultima mappa, il territorio della Bosnia-Erzegovina non rappresenta il vero ordinamento di quello Stato. La questione è delicata, perché c’è stata una guerra in cui qualcuno ha combattuto e subito sofferenze prima di arrivare all’attuale ordinamento, e chi scrive fa notare come egli stesso e il suo popolo siano stati coinvolti. Si capisce che non si tratta di una mera disquisizione storico-politica, ma che ci sono ferite ancora brucianti che lo spingono ad intervenire.

La bibliotecaria controlla la pagina di Wikipedia sulla Bosnia-Erzegovina, verifica che la voce sia attendibile confrontandola con la voce analoga della Wikipedia in inglese, controlla la cronologia della voce italiana, per capire quante persone ci hanno lavorato: sono moltissime, oltre un centinaio. Controlla la pagina di discussione di quella voce: almeno una ventina di persone si sono confrontate sui contenuti, sulle fonti, sulla correttezza della terminologia e della toponomastica. C’è stata ricerca, discussione, consenso.  E tutto conferma che la segnalazione dell’utente era corretta.

Accertato questo, la bibliotecaria rettifica l’informazione su Facebook, segnalando l’errore nell’ultima mappa e la voce di Wikipedia per i dettagli; la persona che aveva protestato conferma con un “like” e la storia finisce qui.

Questa storia parla di biblioteche, di correttezza delle informazioni, di verifica delle fonti. Ma non parla di libri, di autori, di esperti. Non è uno studioso di geopolitica che ha segnalato l’errore alla biblioteca, è una persona che ha vissuto una guerra. Non è stato il saggio sulla storia recente della ex­-Jugoslavia a fornire le informazioni corrette, né il parere di un professore universitario. Sono state un centinaio di persone, che hanno verificato fonti, discusso, chiesto pareri, risposto a dubbi, fino a costruire una voce corretta e condivisa dentro Wikipedia.

Certo, le fonti primarie sono i libri e gli studi e i documenti, ma non bastano solo quelli. Sono le persone a produrre e tenere viva la conoscenza, e questa cresce e si diffonde solo attraverso relazioni virtuose fra i saperi di tutti: dello studioso, dell’immigrato, degli sconosciuti che hanno scritto Wikipedia. Nessuno degli interlocutori di questa storia conosce gli altri protagonisti, ma ciascuno ha partecipato per costruirla. E tutto è avvenuto con strumenti, modalità, dinamiche che non avrebbero mai potuto verificarsi in contesti diversi da quello digitale.

Il primo post di questo blog toccava il tema delle biblioteche digitali partecipative, nell’ambito di un dibattito in corso in quei giorni fra i bibliotecari: qualcuno, sorridendo, diceva che dovevamo interrogarci se queste esistessero o meno, e cosa fossero, o per lo meno come declinarle nella nostra realtà lavorativa.

Ecco, quello che è successo su Facebook giorni fa credo che sia un buon esempio di biblioteca digitale partecipativa. Non serve che ci sia un’insegna sulla porta o un banner su un sito o un progetto strutturato che la qualifichi come tale: una biblioteca è digitale e partecipativa quando succedono cose come questa, anche se l’istituzione in cui ciò avviene ha oltre 150 anni di storia.

La biblioteca è un organismo che cresce.

La biblioteca è un organismo che cresce e sa trasformarsi anche intorno a un particolare contesto che lo richiede: le informazioni sono ovunque, chiunque può rettificarle, contestarle, arricchirle, chiunque può portare un pezzo di sapere; questo diventa fertile solo se si genera una relazione, solo se si confronta con altri saperi. Si può rendere prontamente disponibile ogni genere di informazione e conoscenza attraverso strumenti come un post di Facebook, una critica di uno sconosciuto, la fiducia nel lavoro di una comunità che si è creata intorno ad una voce enciclopedica. Tutti elementi estranei alla pratica lavorativa di molti bibliotecari (e certamente di tutti, fino a pochi anni fa), ma che oggi permettono alle nostre biblioteche di crescere, continuando a fare quello che hanno sempre fatto.

Entra, non ti verrà chiesto nulla

Ha un’età indefinibile, fra i 40 e i 55 anni. Indossa un paio di giacche pesanti, una sull’altra, anche oggi che sono 24 gradi e si gira in camicia, e porta uno zaino voluminoso sulle spalle. Vive in biblioteca da qualche mese, entra al mattino e va via la sera, in chiusura. Si sposta dall’emeroteca al corridoio, al giardino nelle belle giornate. La domenica, quando la biblioteca è chiusa, non va molto lontano, nel parco vicino o sulla strada pedonale appena fuori.

Lo incontro alla macchinetta del caffè. Mi chiede, un po’ esitante, se ho qualche monetina. Vedo che gli mancano quasi tutti i denti davanti. Ho un euro in mano, glielo porgo. Lo prende lentamente, lo guarda e si trasforma. Si illumina di un grande sorriso, e come un bambino esulta, ma con un filo di voce: “Wow!!! Un euroooo!!! Grazie!!!” Gli sorrido e vedo che cerca di dirmi altro, ma non riesce, fa fatica. Sento odore di alcool, penso sia per quello. Mi fa segno con la mano di aspettare, mentre cerca di articolare i suoni e le parole. Io aspetto, lo guardo, lui si mette una mano al centro della gola, come per scortare fuori le parole e dice, con fatica, lentamente: “Non riesco a parlare bene, sono stato operato, guarda”. Sul collo ha una lunga cicatrice, da un orecchio all’altro. La conosco. Mi dice ancora: “Aspetta, guarda” e si tira su la manica del braccio destro. So quello che vedrò. Un’altra cicatrice, lungo la parte interna dell’avambraccio, che si biforca poco prima del polso. “Lo so che cos’è”, gli dico.

Tumore al cavo orale. Operano tagliando sotto la gola e risalendo verso le parti malate. Ricostruiscono poi le parti rimosse sostituendole con parti di tessuto vascolarizzato, che asportano dal braccio. Così quel pezzo di corpo può riprendere, come può, le sue funzioni.

Mi racconta con fatica e ostinazione, facendomi segno con la mano di aspettare, quando non riesce, di essere stato operato quasi un anno fa, dopo tre anni di quello che lui credeva un mal di denti che non passava mai, e quando non ce l’ha più fatta e qualcuno l’ha portato al pronto soccorso, l’hanno ricoverato subito. Gli dico che si esprime in modo molto chiaro, e che deve parlare il più possibile per migliorare l’articolazione delle parole, che è una questione di muscoli e allenamento. Gli chiedo se riesce a mangiare. So che per mesi e mesi, anni, dopo, si riesce a ingerire solo cibi liquidi o cremosi. Mi dice “Minestre e minestroni!”. Anche quello migliorerà, gli dico.

Ha negli occhi una luce brillante, mi sorride, mi fa cenno con la mano di aspettare, deglutisce, si concentra e mi racconta. Di una sua amica dottoressa, che ha scoperto che era una dottoressa solo dopo che si era ammalato. Alcuni dettagli dell’operazione. La radioterapia. E’ la seconda volta che sopravvive, dice. La prima era caduto e aveva battuto la testa, e per quindici giorni era rimasto in coma. “E ora anche questo, è la seconda volta che rivivo”. Lo dice sorridendo, anche un po’ spavaldo,  con forza. E subito dopo gli occhi gli si riempiono di lacrime. E continua a sorridere, sfrontato, sdentato. “Ce la faccio, sai. Ora sto mettendo insieme le carte perché mi riconoscano un po’ di invalidità, magari prendo qualche aiuto”. “Speriamo bene allora!” gli dico mentre ci salutiamo. E lui: “No, non bisogna sperare. Bisogna crederci!”

Il degrado in biblioteca. Due mesi fa i giornali locali non parlavano d’altro. Uno studente aveva scritto una lettera al giornale lamentando la profanazione del tempio della cultura ad opera di senzatetto e vagabondi che la frequentano. La lettera fu pubblicata in prima pagina. Da quel momento tutti avevano qualcosa da dire sul degrado in biblioteca. Addirittura chi non ci era mai entrato scriveva per lamentare il degrado che non aveva mai visto. Diceva di non sentirsi sicuro. Altri dicevano che non sta bene, entrare in biblioteca e vedere tanti di loro seduti sulle poltrone tutto il giorno. Che occupavano posti che non gli spettavano, togliendoli a chi ne aveva bisogno. Anche quando la metà delle poltrone erano libere, loro comunque stavano togliendo dei posti a chi ne ha bisogno per studiare. Perché guai a mescolarsi.

Io non so quante occasioni ha avuto la persona con cui ho parlato oggi di raccontare a qualcuno della sua malattia. Una malattia tremenda, dolorosa, che lascia mutilati. Un’operazione i cui tempi di ripresa sono lentissimi, a volte durano mesi, anni. Un male che ti lascia dentro la paura più tremenda anche quando sembri guarito. Quell’uomo aveva una voglia incredibile di raccontare la sua battaglia vinta, la sua voglia di vivere, la sua fiducia, la forza che non è mai venuta meno anche nei momenti peggiori, ne sono certa dalla luce brillante che emanava il suo sguardo, dal suo sorriso sicuro.

Non so in quale altro luogo, se non davanti alla macchinetta del caffè dentro una biblioteca, sia possibile l’incontro fra due mondi, fuori così distanti. Non so dove altro sia possibile intrecciare un dialogo casuale fra chi sta, per forza o per necessità, ai limiti esterni della società e chi vive nell’agio dentro il suo cuore più caldo, nella “comfort zone” di una casa, un lavoro, vestiti puliti e cure mediche sempre disponibili. Non in altri luoghi pubblici, tutti aperti a categorie ben precise: consumatori, clienti, utenti di uffici pubblici. Luoghi a cui si appartiene temporaneamente in base al ruolo o funzione che si svolge in quel momento. Non per strada, o nelle piazze, perché ci sono le strade e le piazze malfrequentate, per loro, e quelle belle ripulite, per noi. E se uno di loro viene nella nostra piazza, non si sogna certo di venire a raccontarci la sua storia, né noi di metterci ad ascoltarla.

Va sotto il nome di degrado, ma questa per me è la ricchezza della biblioteca pubblica. Che è un posto vivo, che funziona, quando riesce a contenere in sé tutti i pezzi della società che sta fuori dalle sue mura, con tutte le sue complessità, con tutte le sue contraddizioni.

E’ il luogo delle storie, la biblioteca. Le storie narrate in migliaia di libri e le storie delle persone che la frequentano, e con l’atteggiamento aperto e fiducioso con cui cominciamo a leggere una storia, potremmo cominciare ad ascoltarla. Ci accorgeremmo che non sono poi tanto diverse, le nostre storie, da quelle degli altri; che le cose che ci tengono attaccati alla vita, quelle importanti, sono uguali per tutti. Che loro sono noi, un po’ più liberi forse, e un po’ più sofferenti, e con vestiti più vecchi dei nostri.

Poi oggi ho letto questo. Racconta di una titolare di un fast food che, avendo notato che qualcuno, dopo la chiusura, rovistava nelle immondizie per cercare qualcosa da mangiare, ha messo un cartello sulla vetrata del locale, invitando quella persona a venire di giorno e a mangiare un buon pasto, gratis.  “No questions asked”, sono le ultime parole dell’avviso.

Ecco, questo vorrei che fosse scritto sulle porte di tutte le biblioteche: “Entra, chiunque tu sia. Non ti verrà chiesto nulla”.