Ispirazioni

Qualche giorno fa al cinema ho visto Ex Libris: New York Public Library, il documentario di Frederick Wiseman sul sistema bibliotecario della città di New York. Pensavo di uscirne frustrata, e invece passano i giorni, più ci penso, e più mi sento ispirata.

Il robot si muove dritto sul tavolo, ma non si ferma. Arriva quasi all’orlo. Il bambino davanti al computer non sa cosa fare, sta fermo, gli altri bambini guardano e si chiedono se si fermerà prima di schiantarsi per terra. Interviene un ragazzo più grande, ferma con la mano il robot e dice ai ragazzini: “Ricordatevi, a ogni azione corrisponde un pezzo di codice. Se non si ferma, significa che manca il blocco di codice che gli dice di fermarsi. Quindi aggiungete il codice e riprovate. Io passo dopo perché mi chiamano di là”. Immediatamente i ragazzini si rimettono al lavoro, la telecamera si sofferma su altro, sui monitor i blocchi di Scratch, e poi cavi, piccoli transistor, altri oggetti elettronici; infine torna da loro, il robot stavolta si ferma, e i bambini tutti contenti, ci sono riusciti!

Ancora con bambini. Ci sono bibliotecarie e volontari che li aiutano a fare i compiti di matematica. Una donna, sorridente ma ferma, dice al bambino: “Va bene, leggi pure quel bel libro, ma poi ricordati che devi finire l’esercizio”. Il bambino immerge la testa nel libro, e lei si volta ad aiutare una ragazzina sull’altro lato del tavolo. I genitori non sempre riescono a seguire i propri figli nello studio: sono al lavoro, oppure sono di recente immigrazione e non conoscono la lingua, e poi si aggiunge il problema che la didattica della matematica è cambiata radicalmente negli ultimi anni, per cui i genitori non possono ricorrere neanche ai loro ricordi di studenti, se hanno studiato, per aiutare i figli. E allora la biblioteca fa due cose: decide che da qui a un anno le raccolte di matematica (strumenti didattici, kit per insegnanti, libri di esercizi, supporti per lo studio) saranno prioritarie e quindi buona parte del budget degli acquisti sarà dedicato ai testi per l’apprendimento della matematica; e che il “doposcuola” in biblioteca continuerà, ma cominceranno anche incontri per genitori, che impareranno ad usare gli strumenti didattici per la matematica per poter essere in grado di aiutare i figli nello studio. Genitori e figli studiano insieme, così è più facile per tutti.

In un altro spazio della biblioteca, in un altro momento, un gruppo di uomini e donne afroamericani discutono della loro condizione di minoranza. Sono incontenibili la rabbia e la frustrazione di una donna: “Quello che più non riesco ad accettare”, esclama, “è che c’è un libro, e un libro serio, e di un grande editore, McGraw Hill, che definisce ‘lavoratori’ gli schiavi! Dice che vennero negli Stati Uniti come lavoratori! Come lavoratori!”. La risposta del bibliotecario: “Voi qui avete una forza: la vostra biblioteca. Qui ci sono i libri che dicono cosa è successo davvero, noi qui possiamo studiare la nostra storia, trovare i documenti che provano cosa è stata la schiavitù, possiamo provare al grande editore che quello che ha scritto è sbagliato.” Non dice che in biblioteca non si fa censura, non dice che la biblioteca è neutrale ed equidistante da tutte le posizioni, che il pluralismo della biblioteca si esercita dando rappresentanza a tutte le voci; non dice che non spetta alla biblioteca decidere cosa è vero e cosa è falso; non cita i codici deontologici e i manifesti, di fronte a una domanda che grida giustizia così forte, e che esige una risposta altrettanto forte. Perché è comodo proclamare la neutralità, se si è nati nella parte ricca e bianca del mondo, se si è vissuti a favore di tutte le opportunità, dove si può persino scegliere il punto in cui si posiziona una neutralità definita a propria immagine e somiglianza.

Da un’altra parte, c’è chi si mette in fila per prendere in prestito un hotspot per avere connettività internet a casa propria. Si prestano per un anno, sei mesi. Poco prima si vedeva una riunione del direttore con lo staff, in cui si analizzavano alcuni dati: un cittadino su tre non ha accesso alla rete. L’amministrazione della città di New York ha individuato il problema dell’accesso alle tecnologie dei cittadini come prioritario nei programmi da finanziare.  Internet è fondamentale per esercitare i propri diritti di cittadino, per la crescita personale e culturale, per la formazione, l’emancipazione, per accedere alle informazioni, per vivere pienamente nella comunità e nella contemporaneità, per non perdere quelle opportunità di cui la vita di chi non può permettersi una linea Internet in casa è stata povera. A nessuno sembra strano che la biblioteca investa in hotspot da prestare. Che senso hanno i corsi di alfabetizzazione informatica se poi uno non ha la connettività per accedere ai servizi?

Una classe di adolescenti ascolta in silenzio il bibliotecario che presenta la collezione di immagini. È una collezione storica, si è formata in quasi un secolo. Serve “per ispirare“, per stimolare la creatività, l’immaginazione, il talento artistico di chiunque voglia usarle. E per questo sono state ordinate secondo due principi, entrambi a favore di chi usa la collezione: la classificazione per soggetto rappresentato nell’immagine (vediamo il faldone “Animals in action”, con foto antiche e moderne, disegni, stampe di animali che saltano, cani su due zampe, leoni) e la libera disponibilità a scaffale aperto. “Quindi, ragazzi, ora prendete pure la raccolta che preferite e ispiratevi!” è l’invito rivolto agli studenti. E li vediamo subito dopo, da soli o in gruppo, assorti nella visione di immagini di ogni genere, i volti così belli e diversi fra loro, concentrati e silenziosi, il tavolo pieno di carte illustrate di tutte le dimensioni.

Se pensate che il linguaggio dei segni sia una forma di traduzione esclusivamente comunicativa, vi sbagliate. Quello dei segni è un linguaggio caldo, in grado di trasmettere emozioni. Si fa fatica a crederlo, e allora facciamo un gioco: un pezzo della Costituzione degli Stati Uniti, famosissimo, viene letto prima come se fosse un’arringa al popolo, con tono alto e rivendicativo; successivamente come se fosse una supplica, un’istanza a un’entità superiore. Un’attrice interpreta con i segni entrambe le letture. I segni sono i medesimi, eppure, se vedessimo solo quelli senza ascoltare il testo, saremmo certi di assistere alla lettura di due testi completamente diversi. Rincuora capire in modo così immediato che le possibilità espressive di chi non può comunicare con la voce possano essere tanto efficaci; interessante capire che la lingua, qualunque lingua, è molto di più di un segno o una convenzione.

Il direttore dice al suo staff che bisogna chiedersi, quando si scelgono i libri da acquistare, quali saranno quelli che fra dieci anni il pubblico cercherà in biblioteca. Sono tutti d’accordo su questo.

Libri in realtà se ne vedono pochi, e se ne parla ancora meno. Ma si sa che ci sono, che sono milioni, tanto da richiedere un lungo binario automatizzato per il loro smistamento. Si vedono però soprattutto persone, giovani, studiosi, bambini, poveri, anziani, senzatetto, disoccupati, persone perbene, pubblico che assiste ad incontri, performer, artisti, madri, passanti, disabili, celebrità. Sono i bisogni delle persone al centro di ogni minuto di attività della biblioteca: alla postazione di assistenza agli utenti come alle riunioni dello staff del direttore. Si parla di ciò che serve e di come realizzarlo, con quali partner, dove trovare i soldi, si analizzano dati, si costruiscono programmi osservando come si muove, come si esprime, cosa cerca chi viene in biblioteca e chi ne sta fuori. 

E le persone, che sono individui nel momento in cui la biblioteca lavora per l’empowerment di ciascuno,  sono in realtà sempre pensate, vissute, servite in quanto parte di una comunità. Questo è probabilmente il filo di senso che attraversa le decine di sequenze del film, e la vita quotidiana di questa grande biblioteca. La presenza della comunità: il diritto di farne parte, come strumento di crescita, come spazio di identità. Una comunità multiforme, in cui chiunque può trovare un posto, può agire attivamente, può sentirsi a casa. In questo senso, le molte attività che apparentemente non hanno molto a che fare con la vita di una biblioteca (le donne anziane che ballano, il prestito di connettività internet, il concerto di musica da camera, la cena di gala dei ricchissimi donatori), che pure da noi ogni tanto vengono proposte dalle biblioteche come “iniziative” isolate, innovative per il solo fatto che non si sono mai fatte prima, qui assumono un senso importante, quello di far emergere in modo organico ogni nodo, ogni incrocio, ogni filo che compone la grande rete della comunità di riferimento. La ricchissima trama che la compone, e la visione d’insieme. In questo contesto, chi chiede informazioni sull’esistenza degli unicorni è importante quanto il ricco sponsor invitato alla sontuosa cena di finanziamento della biblioteca.

Il film è lungo, molto lungo, e giustamente. Non vuole solo mostrare e raccontare, vuole farci provare, farci vivere qualche ora dentro quella biblioteca. Vuole che diventi un piccolo pezzo della nostra esperienza, almeno per qualche ora. Se siete bibliotecari, prendetevi quelle tre ore e mezza e chiudetevi in un cinema a vedere questo film. Non lasciatevi spaventare dalla lentezza e dalla durata. Anche i convegni sono lunghi, e a volte si impara molto, ma non ne sono mai uscita ispirata.

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