Il decoro è un lusso

Decoro: 1. Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta; 2. Decorazione, che serve da ornamento; in partic. piastrella con decorazioni.

“Decoro” è il termine più spesso invocato da chi, frequentatore di biblioteche pubbliche, si sente disturbato dalla presenza di senzatetto o persone che non svolgono una particolare occupazione intellettuale, soprattutto se stranieri.

C’è chi, spesso animato da tutte le virtù cristiane, è sinceramente addolorato per le disgrazie altrui, ed è convinto che qualcuno (di norma qualcun altro) dovrebbe fare qualcosa. Il suo dolore resta inascoltato, un’invocazione sempre aperta: bisogna fare qualcosa.

C’è chi, consapevole di quanto certe persone siano sfortunate, comprende il loro disagio, ma ritiene sia ragionevole che lo esprimano altrove, in fantomatici luoghi di raccolta di persone disagiate: sono luoghi in cui è possibile esprimere senza timore il proprio sfortunato status, in cui realizzare pienamente la propria indecorosa marginalità.

C’è poi chi rivendica con orgoglio, come fosse un altissimo pensiero conquistato dopo anni di studi e fatiche, di non essere buonista, e, chiarisce: non che sia razzista, ma negri e barboni non devono stare in biblioteca e devono,  rispettivamente, tornare al proprio paese e andare a lavorare.

Infine ci sono quelli che si indignano. Che dichiarano su Facebook la propria indignazione e contano i like e i commenti di altri indignati e biasimano chi non si indigna.

Ma cosa hanno in comune, cosa invocano tutti? Il decoro. Non è decoroso che un senzatetto stia in biblioteca. In biblioteca c’è tutto il sapere, ci sono i libri, ci sono studenti e studiosi: tutti, questi, concetti e persone decorosissime.

Mi piacerebbe sapere come e quando si sono formati questa strana convinzione. Le biblioteche pubbliche non sono luoghi decorosi. Non lo sono se spalancano le porte davvero a tutti coloro che vogliono entrare, conoscere, imparare, condividere, trovare una risposta, cercare una comunità in cui riconoscere un pezzo di sé.

Le biblioteche pubbliche non sono decorose perché la vita, certe volte, non lo è. La vita ti può presentare situazioni orribili, ed è solo un caso se ti ritrovi con un tetto sopra la testa, un amico o una rete familiare che ti aiuti. E a volte neanche questo basta a cavarsela.

Che le difficoltà – economiche, sociali, mentali – non siano decorose, può capitare. Ma il decoro non è una scelta: il decoro è un lusso, che non tutti si possono permettere.

Chi in biblioteca cerca un rassicurante specchio della propria fortunata realtà, ha sbagliato posto e, semmai fosse venuto per imparare qualcosa, non imparerà niente. Si impara davvero confrontandosi e mettendosi in discussione, e non cercando conferme fra i propri simili.

Chi crea biblioteche pubbliche in questo senso rassicuranti, chi aspira a riprodurre nella biblioteca pubblica certe dinamiche ed assetti sociali esterni, tanto puliti e decorosi quanto meglio riescono a nascondere le marginalità, così sgradevoli da vedere,  forse deve rivedere la propria missione; forse lavora per un pubblico che non ha bisogno davvero di una biblioteca, anche se la frequenta. Forse ha solo creato uno spazio pieno di libri.

Sempre più si diffonde la concezione, e anche la moda, di biblioteche che dovrebbero somigliare ai Fab Lab, laboratori in cui si impara facendo. Proviamo a pensare alla biblioteca come un laboratorio in cui si impara vivendo, luogo privilegiato di sperimentazione spontanea delle complessità e delle contraddizioni della nostra società, luogo in cui troviamo persone, libri e condizioni umane che ci facciano sempre imparare qualcosa sulle cose importanti della vita, e pazienza se il decoro non è fra questi.

Il catalogo dei libri azzurri, ovvero, il senso e la bellezza dei dati

Knowledge Design: costruire nuovi modelli del sapere,  è il tema di una conferenza che Jeffrey Schnapp ha tenuto il 16 dicembre 2016 all’Università di Trento, alla quale ho potuto assistere. Qui un resoconto molto parziale dell’incontro, con alcune mie riflessioni. Ringrazio Jeffrey Schnapp per avermi fornito alcuni materiali della sua presentazione.

Il modello del processo di ricerca in ambito umanistico è tradizionalmente quello che parte da un lungo lavoro di reperimento e accumulo di dati, dal loro studio e interpretazione, dalla scrittura dei risultati, dal lavoro redazionale sul testo, fino alla sua pubblicazione. Questo percorso, a volte talmente lungo che la ricerca diventa superata nel momento in cui è pubblicata, è oggi messo in crisi dalle opportunità offerte dagli strumenti digitali, che riavvicinano sempre più ambito scientifico e umanistico, e riportano la conoscenza al confluire di competenze, esperienze, linguaggi più diversi e non ad un preciso ambito definito a priori che si sviluppa secondo un processo prevedibile.

Il modello di digital humanities cui guardare oggi è quello del laboratorio: si fa, si elabora, si produce parlando (ed essendo in grado di interpretare) contemporaneamente linguaggi diversi. Più che di uno staff di ricerca che rappresenta tutte le competenze necessarie, si parla qui di un metodo, che vede nell’annullamento dei confini fra le discipline l’elemento generativo del sapere. Il libro, quindi, può essere solo uno dei nodi all’interno di un processo reticolare che è esso stesso il percorso della ricerca, che si comunica mentre si realizza, mentre si mette in relazione con altre specificità e ambiti inimmaginabili secondo il modello tradizionale di ricerca umanistica.

Il compito dell’umanistica digitale è proprio quello di ridisegnare  i percorsi in cui si sviluppano saperi, creando nuovi modelli che includano come parte essenziale del processo di ricerca anche nuove forme di comunicazione, di argomentazione, di “modelli di persuasione”.

Per fare queste cose non bastano studiosi, informatici, bibliotecari, conservatori, artisti del digitale nel senso di professionisti che lavorano in team ciascuno per la propria parte; è necessario che queste competenze attraversino  tutte le professionalità, almeno fino al punto di riuscire a parlare un linguaggio comune. Solo su questa base poi possono agire gli specialismi.

L’elemento costitutivo del processo della conoscenza in questo contesto sono naturalmente i dati. Che da soli sono o brutti o inutili, intorno ai quali ruota tutto un lavoro di critica, elaborazione che li rende meaningful or beautiful:

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Meaningful and beautiful, mi piace di più.

Non si possono separare infatti i concetti di utile e bello vedendo muoversi sullo schermo una mappa diacronica che si popola, man mano che gli anni scorrono in una colonna in basso a sinistra, di luci più o meno grandi in corrispondenza dei luoghi della storia della stampa in Europa, progetto che alle spalle ha un database di dati bibliografici.

Così come bella, bellissima (e utile, utilissima), è un’immagine che ricorda un quadro astratto: sfumature di tutti i colori che si attraversano ed estendono in aree più o meno vaste, che rappresentano una distribuzione di tutti colori presenti nelle opere  di un museo, così basta cliccare su una particolare tonalità per vedere in quali opere questa si trova. Questo grazie a un database in cui i musei buttano dentro le immagini, e poi uomini e macchine fanno il resto. Danno significato e bellezza.

Per chi si chiede quale sia il compito delle biblioteche in questi tempi in cui abbiamo (noi, biblioteche) perso, semmai l’avessimo avuta, l’esclusiva delle fonti della conoscenza, questa a mio avviso è una delle risposte: produrre dati e renderli disponibili. Forse non saremo noi a renderli utili e belli, ma questo lasciamolo fare alle persone e alle macchine che lo sanno fare (se ne parlava anche qui). Nostra è la responsabilità, oggi, di attivare processi che trasformino la conoscenza che le nostre biblioteche conservano in dati, cioè in unità costitutive del sapere in epoca digitale.

Per farne cosa? Credo non debba interessarci più di tanto. Significativa una piccola provocazione che Schnapp ha raccontato: ai bibliotecari della Library of Congress che difendevano la perfezione dei metodi di catalogazione bibliografica da loro utilizzati, egli chiede: “Ma io posso, con i vostri dati, vedere quanti libri azzurri avete?”

Dobbiamo quindi fidarci di quello che chiunque vuol farne, che sia un catalogo dei libri azzurri o un database delle occorrenze di un corpus di testi medievali o una nuova trascrizione filologica di un manoscritto o una mappa tematica di un determinato argomento, o altro.

Tanto, insiste Schnapp, nessuno potrà danneggiarli. I dati resteranno integri, qualunque sia l’uso che se ne faccia.

Sarà questa la nuova identità delle biblioteche, sono questi gli scenari futuri? Mi aspettavo che, alla domanda sul ruolo delle biblioteche in questi nuovi processi della conoscenza, Schnapp proponesse concezioni ultra-innovative di biblioteche come laboratori di produzione ed elaborazione di conoscenze digitali, e lui ha risposto invece parlando delle antiche biblioteche di Pergamo e Alessandria, che erano ecosistemi della conoscenza: luoghi di conservazione dei documenti, in cui operavano filologi e studiosi che interpretavano e trascrivevano le opere, in cui esisteva una sala che ospitava il confronto e il dialogo e dove si tenevano lezioni. Conservazione, elaborazione, circolazione del sapere avvenivano in un unico processo.

L’epoca digitale ripropone questo processo, che non deve però isolarsi nel solo contesto digitale anzi: oggi come allora sono fondamentali gli spazi fisici, luoghi dove far interagire le persone intorno alle risorse della conoscenza.

Fino ad ipotizzare proposte audaci per le biblioteche pubbliche locali: collezioni mobili e collocazioni temporanee, che forniscano alle persone tutti gli elementi di conoscenza per la discussione e l’elaborazione partecipata di determinati problemi molto sentiti dalla comunità. Una proposta alternativa al modello di biblioteca pubblica universalistica che varrebbe la pena di sperimentare.

Biblioteche e open data

bibliotecari non bibliofili!

Lunedì scorso sono stata al seminario che si è tenuto presso la Biblioteca Sormani di Milano Open Data, Machine Learning e Biblioteche. Ora sono stati pubblicati i video integrali degli interventi, compresa la tavola rotonda del pomeriggio. Questo era il programma della giornata.

Si è trattato di un seminario anche più interessante di quanto già non mi aspettassi. Fra tutte le cose che ho sentito – o meglio fra quelle che ho capito ma, come cercherò di spiegare, non è molto importante che alcune non si capissero – ce n’è stata una sola con cui non sono d’accordo: che gli open data delle biblioteche, e quanto ci si può costruire, siano un oggetto di interesse di nicchia.

Perché no? Perché, quando di certo non si sta parlando di sostenibilità economica dei servizi, di promozione della lettura, di open access o di qualunque altro modo in cui…

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Spalancare le porte. E poi?

Riprendo l’argomento di un altro mio post, anche sollecitata dalla lettura di questo intervento di Denise Picci. Mi interessa in particolare una questione che pone Denise:

Quando seguendo l’idea che le biblioteche devono rispecchiare la nostra società (davvero? abbiamo aspirazioni e modelli così bassi?) abbiamo aperto le porte a tutti (sacrosanto, sia chiaro) e abbiamo lasciato tutti lì, in biblioteca a fare non si sa bene cosa, riproponendo esattamente quello che succede fuori: aree di emarginazione, insofferenze, non risposte ai bisogni.

Mi sento chiamata in causa perché scrissi altrove, e non esito a dirlo ogni volta che posso, proprio questo:

una biblioteca che voglia dirsi veramente pubblica, una biblioteca pubblica che funziona, anzi addirittura la biblioteca pubblica ideale, è quella che riesce a contenere al suo interno la società che sta fuori dalle sue pareti. Tutta la società, tutte le persone. Gli accademici, i bambini, gli studenti, le casalinghe, i professionisti, le commesse e le funzionarie,  gli intellettuali, le maestre, i poveri, i solitari, i tristi e i felici. Tutti.

Non si tratta naturalmente di riproporre (o aspirare a) un modello sociale della nostra biblioteca identico a quello esterno, quanto di rispondere al principio fondante dell’esistenza delle biblioteche pubbliche, quello di offrire servizi per tutti senza distinzione.

Questo principio, così banale se vogliamo (quale bibliotecario pubblico non lo affermerebbe, in teoria?) è stato ed è spesso nella pratica disatteso dagli stessi bibliotecari, che hanno cominciato a distinguere fra utenza propria e impropria, e a chiedersi se servizi che sono stati progettati e per un certo periodo ritenuti assolutamente propri per la biblioteca (per esempio, la connessione wi-fi), non fossero improvvisamente diventati impropri sulla base di chi li utilizza. Quello che poi è successo, sta succedendo, è che le biblioteche hanno cominciato a considerare questo fenomeno un problema, e non un’opportunità (ma anche, scusate, un dovere per chi, pagato con denaro pubblico, ha scelto di lavorare per rispondere ai bisogni di informazione e conoscenza delle persone).

Non solo un problema dunque, ma un problema che riguarda categorie di persone: semplificazione, questa, che inficia qualunque ipotesi costruttiva; raramente scomposto e analizzato negli elementi che ne costituiscono la complessità. Tutti quelli che vanno sotto il nome di utenti impropri, sono davvero una categoria? Il senzatetto, l’immigrato, il disoccupato, il rifugiato, se per la biblioteca rappresentano un unico “problema”, chiedono davvero una risposta univoca?  L’approccio finora è stato questo: la ricerca di una, e una sola soluzione (impossibile) a un problema che non ci si è preoccupati di definire nelle sue articolazioni. Inevitabilmente, dunque, la risposta è di massa: si invocano i servizi sociali, è un problema del sindaco, mettiamo i tornelli: in sostanza, viene dichiarata l’estraneità dei bibliotecari alla questione.

Dunque, da chi è composto questo grande magma di utenti impropri? Non serve commissionare chissà che ricerca: basta alzarsi, fare il giro del bancone (poi un giorno dirò della necessità di bruciare i banconi delle biblioteche, ma questo è un altro discorso) ed andare a parlare con queste persone: sono lì tutti i giorni, le vediamo da mesi, non si sono mai rivolte a noi per chiedere informazioni o servizi, forse non sappiamo neanche come si chiamano e li indichiamo fra noi con il nome del loro apparire (quello col berretto, quello piccolo, il pakistano ecc.). Magari con il sorriso con cui Denise ha salutato la signora straniera, dire: “Buongiorno, sono il bibliotecario, mi chiamo Giuseppe, vedo che viene tutti i giorni, ma non ci conosciamo. Posso farle qualche domanda? lei può farne a me, se vuole”. Chiedere a ciascuno di loro perché viene in biblioteca, cosa cerca, cosa trova e cosa non trova, cosa vorrebbe, cosa possiamo fare per essere anche il suo bibliotecario e come può essere, la nostra, anche la sua biblioteca.

Si possono scoprire cose sorprendenti, per esempio una disponibilità al dialogo quasi sempre cordiale e aperta; per esempio che si aspettano dalla biblioteca esattamente quello che offre, per esempio che non sapevano che la biblioteca potesse rispondere a un loro bisogno. Si può scoprire che il ragazzo nero che da settimane se ne sta muto seduto nello stesso posto e ci pare finga di sfogliare qualche libro solo per giustificare la sua presenza in biblioteca, proviene dal Mali, dove, ci ha raccontato, nei pochi anni in cui si va a scuola si studia il francese e il mondo occidentale su libri di testo francesi, dove non si trovano – o a lui non è mai capitato di trovare – libri che parlano degli animali che popolano la sua terra, e allora per questo gli piace venire in biblioteca, perché trova libri con le foto del suo paese.

Può capitare che dopo un minimo di dialogo, un rifugiato (un clandestino?) si senta finalmente in confidenza per chiedere se, già che ci siamo, possiamo dare un’occhiata ai compiti del corso di lingua italiana, che ha appena fatto.

Può capitare di vedere reazioni di grande entusiasmo quando, a chi dichiara di essere lì perché non ha niente da fare e traffica con il suo tablet tutti i giorni perché c’è il wi-fi gratis, si propone di dare un’occhiata alle proposte della biblioteca digitale o di ascoltarsi un audiolibro.

Questo non è banale: una sorpresa interessante potrebbe essere che molti non chiedono (non hanno bisogno di) cose molto diverse di una riproposizione aggiornata di quello che la biblioteca ha sempre offerto (che magari risponde anche ad esigenze di utenti “tradizionali”).  E può anche capitare che sì, ci siano persone che hanno più bisogno dei servizi sociali che della biblioteca, ma che un bisogno non esclude l’altro.

Questa non è una soluzione, ma il primo passo da fare. Entrare in relazione con le persone che frequentano la biblioteca. Riconoscerle nella loro unicità per dare “cittadinanza bibliotecaria” ai loro bisogni.

Attenzione, non sto parlando (non in questo momento, almeno) della bellezza di aprirsi al mondo e del piacere di conoscere le persone e di sentirsi bibliotecari aperti e accoglienti. Perché la relazione fine a se stessa, pur bella e importante, non serve a molto se il nostro scopo è far crescere e cambiare i servizi della biblioteca partendo dai bisogni di chi li usa.

Perché poi, in back office, bisogna studiare, elaborare dati e informazioni che abbiamo raccolto, per capire prima di tutto quanto i servizi della biblioteca rispondano alle loro esigenze ed aspettative. Chiedersi fino a che punto coinvolgere queste persone direttamente nella progettazione di nuovi spazi e servizi. Trovare modi per mescolare gli utenti in base alle risposte che la biblioteca può dare ai loro bisogni e non in base alla loro nazionalità o provenienza sociale. Considerare la collaborazione e il coinvolgimento di altri servizi pubblici, sia per dirottare all’interlocutore giusto quelle richieste per le quali non siamo competenti, sia per avere, noi bibliotecari, alcuni strumenti utili di analisi, o di semplice conoscenza dei fenomeni che affrontiamo ogni giorno.

Dovremmo volere fortemente che la nostra biblioteca sia frequentata dalla società che sta fuori, con tutti i problemi e le complessità che questo comporta. Dovremmo volerlo perché questa riproduzione, in piccolo, del modello sociale esterno ci permette di incidere davvero, di potere realmente lavorare per il cambiamento.

Quello che, del modello sociale esterno, non possiamo permetterci di riprodurre dentro le biblioteche sono le soluzioni di massa, le semplificazioni di problemi sociali complessi, la radicalizzazione di opinioni sempre meno supportate dalla conoscenza reale dei fatti e dei fenomeni. E in questo il ruolo dei bibliotecari non è semplicemente spalancare le porte della biblioteca (anche se neanche questo pare scontato), ma lavorare attivamente, ascoltando, analizzando, proponendo, coinvolgendo, mettendosi direttamente in gioco (e in discussione) tutti i giorni.

 

 

 

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Fare cose con i dati

Il Burkina Faso è un territorio povero di acqua. Ci sono dei bacini più o meno grandi che si formano nella stagione delle piogge, che però nella restante parte dell’anno diventano secchi. L’acqua bisogna estrarla dai pozzi: si trova a qualche decina di metri sotto terra, dove, coperta da un alto strato di suolo argilloso, si raccoglie lungo falde rettilinee che scorrono sopra rocce di granito. Le radici degli alberi si sviluppano sottoterra soprattutto in verticale, perché cercano di raggiungere l’acqua, e quindi, per decidere dove trivellare per scavare un pozzo, si cercano alberi disposti naturalmente in fila.

Ma dove, effettivamente, c’è bisogno di un pozzo? Quanti sono i pozzi funzionanti, quelli accessibili, nelle zone rurali di quel paese? e quante decine, centinaia o migliaia di metri bisogna percorre per raggiungerne uno?  Nasce da queste domande il progetto H2OpenMap: un censimento dei pozzi presenti in un’area rurale del Burkina Faso, perché, come si cita in homepage del progetto “se sappiamo dove sono i pozzi, sappiamo anche dove mancano”.

Dunque questi volontari percorrono i territori e cercano i pozzi esistenti, li geolocalizzano su una mappa, li classificano per tipologia, per stato di funzionamento, per possibilità di accesso, distanza dai villaggi, e aggiungono varie altre informazioni utili e poi sulla base di questo decidono dove trivellare per costruirne di nuovi. E cambiare la vita di chi abita quei territori.

Condivideremo tutti i risultati con più associazioni possibili e cercheremo di insegnare questo metodo a quanti vorranno partecipare, mappando altre zone del Burkina Faso. Se riusciremo nell’intento di diffondere il progetto allora in breve tempo avremo una mappa dei pozzi del Burkina Faso e perché no, anche di altre zone dell’Africa.

Ho scoperto tutto questo partecipando a uno degli incontri organizzati nell’ambito del quarto raduno di Spaghetti Open Data, gruppo informale di “italiane e italiani che fanno cose con i dati“, tenuto insieme da una mailing list attivissima che seguo con meticolosa attenzione da più di due anni, affascinata dalla passione che pervade qualunque discussione. Anche quelle, numerose, di cui io non capisco niente perché dell’aspetto informatico delle cose io so pochissimo. Perché le seguo dunque? Perché sono una bibliotecaria, e con la stessa loro passione perseguo il sogno di un accesso aperto alla conoscenza, in tutte le forme possibili, a tutti i livelli: nella disponibilità di dati e informazioni, nella capacità di interpretarli, di elaborarli, di riusarli per costruire nuovi saperi, nel facilitare il percorso per chiunque voglia coinvolgersi, provare, mettere un pezzo delle proprie idee, conoscenze, competenze per costruire percorsi di conoscenza davvero libera. Quando proprio sono scoraggiata dal fatto che non riesco a seguire la mailing list perché troppo tecnica per le mie competenze (e non è il solo progetto che fatico e contemporaneamente mi ostino a seguire), mi ricordo di questo intervento di Aaron Swartz, che è una delle letture che più mi è stata d’ispirazione e che più mi ha dato motivazione nelle cose che faccio, e capisco perché lo sto facendo.

Le persone che fanno cose con i dati, che a volte parlano in un linguaggio a me incomprensibile, permettono la costruzione di pozzi d’acqua in Africa, censiscono i beni confiscati alle mafie e il loro riutilizzo; raccontano, con numeri e dati, quanti e quali sono i muri che dividono in Europa, raccolgono e organizzano i dati sugli edifici contaminati dall’amianto per fornire supporto a inchieste giornalistiche e azioni civiche. Cercano, liberano e organizzano i nudi dati e li trasformano, o permettono con il loro lavoro ad altri di trasformarli, in informazioni, strumenti, servizi.

Che la definizione di open data comprenda tutto questo sono in pochi a saperlo forse, e pochi, anche fra chi i dati li crea e li possiede, ne capiscono l’importanza. Io, man mano che imparo seguendo questo percorso, mi convinco sempre più che l’open data sia la cellula e l’unità di misura minima della libertà e della democrazia nei nostri tempi.

La funzione decorativa della lettura

Ho cominciato a lavorare come bibliotecaria vent’anni fa.
Era giusto il mese di aprile, e dal primo giorno fui assegnata a due specifiche mansioni: la sezione ragazzi al mattino (come era naturale, essendo io una donna, e quindi portatrice di innata vocazione per i bambini; i bibliotecari maschi e il direttore erano al piano di sotto ad occuparsi di faccende più virili, il pubblico adulto e l’acquisto di libri); il pomeriggio mi spostavo in un punto di prestito di una frazione vicina: una stanza quadrata al piano terra, sotto la scuola elementare, con otto scaffali e quattro tavoli.
In quella biblioteca, aperta dalle 14.00 alle 18.00 tutti i pomeriggi, venivano 15 utenti a giorni alterni, tutti insieme, e ci restavano per quindici minuti: i bambini della scuola elementare durante la ricreazione. Per il resto del tempo l’unica frequentatrice della biblioteca era l’anziana bidella della scuola, una donna grigia i cui occhi spenti assumevano tristemente vita solo nei momenti in cui piangeva, perché, mi spiegava, “aveva la depressione”, e non c’era niente da fare.

Devo dire che, oltre alla ricchezza di quel contatto umano, e nonostante il contesto in cui ero arrivata, ho imparato molto in quei primi due anni: al mattino lavoravo con una bibliotecaria straordinaria, che ha saputo trasformare la sua condizione di bibliotecaria dei bambini “in quanto donna” in un’altissima competenza, di cui ora possono beneficiare bambini, insegnanti, genitori e bibliotecari che hanno la fortuna di frequentare i suoi corsi; il pomeriggio fantasticavo, in quella biblioteca piccola e inadeguata, pensando per differenza a cosa avrei fatto se avessi potuto: e pensavo in grande, come i bambini che da grandi vogliono fare il supereroe. Io non ponevo limiti all’immaginazione bibliotecaria mentre scalpitavo per diventare grande in fretta e togliermi di dosso la condizione di giovane e inesperta.

Qualche anno dopo lavoravo in una nuova biblioteca, e lì ho potuto sperimentare quell’autonomia che andavo cercando. Era la fine degli anni ’90, primi 2000, e biblioteche come Salaborsa a Bologna, San Giovanni a Pesaro, San Giorgio a Pistoia, rappresentavano l’innovazione in Italia, il modello cui molti bibliotecari pubblici si ispiravano, che aveva dato slancio ed entusiasmo e molto da lavorare, in termini di creatività e sperimentazione, ai bibliotecari che andavano a visitarle e tornavano un po’ felici (di vedere cosa si può fare) e un po’ frustrati, perché, soprattutto per le bellissime architetture, erano modelli ancora lontani dalla realtà della maggior parte delle biblioteche in cui si lavorava. Entrare in biblioteca doveva essere un’esperienza bella per l’utente, piacevole, facile. L’utente doveva essere talmente soddisfatto degli spazi, dei servizi, dei libri, da volerci tornare.

Poi, non si sa bene come, “Leggere è bello” divenne l’imperativo di quegli anni, e abbiamo fatto sforzi in ogni direzione per dimostrarlo. La creazione di occasioni sociali come le maratone di lettura, per esempio, le campagne nazionali per il piacere di leggere, poi i gruppi di lettura per socializzare e condividere la gioia che la lettura doveva dare. E poi le “biblioteche fuori di sé”: portavamo i libri dal barbiere, in piscina e in salumeria, perché i libri dovevano essere dappertutto, perché nessuno poteva sfuggire al piacere della lettura e il nostro compito era quello di creare occasioni di incontro con i libri.
Eravamo bibliotecari militanti, e avevamo una visione ingenua e grandiosa del nostro lavoro.

Nel frattempo venivano istituiti per legge gli Uffici Relazioni con il Pubblico, e non solo non ci stupivamo che le amministrazioni non chiedessero a noi di lavorare con l’informazione e i cittadini, ma probabilmente, se ce lo avessero chiesto, ci saremmo offesi di vedere contaminata la nostra quotidiana celebrazione del libro con servizi che non avevano a che fare con la lettura.
Non ci siamo accorti così di lavorare giorno per giorno per una nicchia di utenti, e per un’esigenza che sempre di più nel corso degli anni si sarebbe rivelata un lusso, e non una necessità per il pubblico.

Quale è stato il momento in cui abbiamo deciso che dovevamo lavorare per disseminare il piacere della lettura, invece che per fornire, o quantomeno facilitare l’accesso alla conoscenza per i cittadini? Quando abbiamo stabilito che bastava che a una persona fossero spalancate le porte del piacere per la lettura, per farne un cittadino consapevole, informato, socialmente e culturalmente emancipato? Come abbiamo potuto pensare che bastasse leggere, per essere una persona migliore e che il nostro compito fosse creare una società di “persone migliori”?
Eppure è andata così, abbiamo investito in risorse, professionalità, documenti, per promuovere il piacere della lettura e lavoriamo, oggi, con la minima percentuale di utenti che ama leggere, che sono gli stessi di allora forse, e i pochi bambini che, cresciuti, hanno mantenuto questa abitudine.

La conseguenza più grave di tutto questo è, secondo me, nella visione che noi stessi abbiamo contribuito a creare sia nei cittadini non lettori, che negli amministratori. Cioè che le biblioteche sono affare per chi legge, escludendo di conseguenza chi non ha voglia, tempo, passione per la lettura, e quelli che, pur avendoli, preferiscono comprare libri e non frequentare comunque la biblioteca.

In tempi di tagli di risorse, dunque, succede che non appare strano e anzi, viene considerato un atto di amministrazione coraggiosa e innovativa, inaugurare biblioteche nuove, composte da libri donati da cittadini ed editori (basta che siano libri, e vanno bene) e gestite da volontari: il piacere della lettura non richiede infatti particolari professionalità, anzi forse si diffonde più facilmente grazie all’entusiasmo e alla gratuità con cui si spendono i volontari (lo dico senza alcuna ironia).
Così come viene salutato come atto di attenzione alle esigenze di servizi bibliotecari  disseminare il territorio di Little Free Libraries, come servizio sostitutivo.
Così come vengono considerate campagne di sostegno alle biblioteche quelle che invitano a “donare un libro alla biblioteca”: li regalano i cittadini, basta che siano libri, non serve destinare risorse pubbliche per questo scopo.

La scorsa estate passeggiavo su un affollato Lungotevere con un’amica, di sera. Era pieno di vita, di giovani, di profumi di cibo buono, di bancarelle e bellissimi locali per aperitivi o cenette. In quasi tutti questi locali all’aperto era presente uno scaffale di libri: intorno ai divanetti, sulle pareti laterali, in grandi cestoni. Naturalmente nessuno leggeva, e ci mancherebbe, con tutta quella bellezza e quella vita intorno.
E allora ho pensato che quella funzione decorativa dei libri, forse un po’ l’abbiamo alimentata anche noi bibliotecari degli anni duemila, spendendo troppe energie e risorse in servizi in qualche modo decorativi e trascurando invece una funzione di cui c’è sempre un più disperato bisogno: fornire risorse informative di qualità, lavorare per rimuovere ogni ostacolo fra i cittadini e le informazioni, mettere a disposizione strumenti di interpretazione della contemporaneità, per combattere la semplificazione e l’appiattimento di fronte alla complessità delle dinamiche sociali in cui viviamo.

Tutto questo oggi è considerato in termini di sfida e innovazione, ma era questa ed è sempre stata questa la missione delle biblioteche pubbliche. Solo che a un certo punto ci siamo ubriacati di piacere per la lettura e ce ne siamo dimenticati.

Wikipedia, un posto per bibliotecari

Tutto quello che i bibliotecari potrebbero fare per fornire un reale, ampio accesso alla conoscenza nei nostri tempi è ottimamente spiegato qui, e consiglio di leggere tutto il post di Virginia Gentilini prima di proseguire con la lettura di questo. Io posso solo aggiungere una riflessione.

Non è passato tantissimo tempo da quando la riproduzione di pagine di enciclopedie su richiesta dei nostri utenti occupava un discreto tempo lavorativo della nostra attività di bibliotecari. Da quando ci toccava comprare un volumone di aggiornamento che costava quanto tre mesi di servizio novità, o da quando la scelta di acquistare un’intera enciclopedia cartacea era per una biblioteca un serio investimento economico che incideva notevolmente nel budget annuale per l’acquisto dei libri – quindi doveva essere una scelta meditata, curata, analizzata nei dettagli (ricordo una lunga discussione con alcuni colleghi per l’acquisto di volumi le cui pagine erano di una dimensione che non permetteva la riproduzione nei formati standard previsti dalle fotocopiatrici).

Ora non compriamo più le enciclopedie, facciamo pochissime fotocopie di quelle che abbiamo in sede chiedendoci a ogni revisione se è giunto il momento di scartarle; continuiamo a salvarle, in molti casi, perché la voce sulla Prima Guerra Mondiale o su Giacomo Leopardi può avere senso anche senza aggiornamenti: Leopardi e la Prima Guerra Mondiale in fondo restano sempre quelli – quell’enciclopedia non ci dirà però di tutti i documenti, immagini, testimonianze che Europeana raccoglie sulla Prima Guerra Mondiale; né ci farà sfogliare un’edizione dei versi di Leopardi pubblicata mentre l’autore era ancora in vita.

Spetta a noi, al nostro ruolo di mediatori dell’informazione, di facilitatori della conoscenza, raccontare dell’esistenza di queste risorse a chi non le sa cercare, a chi non conosce la loro esistenza, a chi si ferma al primo risultato di Google non badando al fatto che sia o meno sponsorizzato.

Ma c’è un problema: i nostri utenti non vengono più da noi, vanno su Wikipedia.

Wikipedia è generalmente indicato come il sesto sito più consultato al mondo. Fronteggia quasi alla pari mostri come Google e Facebook. […] Se ci interessano gli utenti, ci interessano Wikipedia e il fatto che sia un’enciclopedia di qualità. La maggioranza dei nostri utenti non utilizzerà altra risorsa di reference per il resto della sua vita.

Scrive Virginia Gentilini. 

Se i nostri utenti non vengono da noi, ma vanno su Wikipedia, allora su Wikipedia dobbiamo andarci anche noi. Fa parte del nostro lavoro, della nostra missione. Non basta frequentare un corso di aggiornamento sulle risorse informative in rete e sapere che esiste: Wikipedia deve essere anche la “nostra” biblioteca, il posto in cui esercitiamo attivamente la nostra professione.

La cura con cui sceglievamo le enciclopedie cartacee, ora dovremmo usarla nel verificare le voci di Wikipedia, e nell’arricchirle non solo di contenuti, ma anche e soprattutto di fonti. Le fonti sono in biblioteca, intorno a noi. Sono i libri che abbiamo acquistato, le collezioni di periodici che conserviamo, le risorse di qualità che il nostro approccio consapevole e informato alla rete Internet ci permette di conoscere. Le troviamo a occhi chiusi, se vogliamo. È il nostro lavoro.

Pensiamo inoltre a quante fonti preziose, a volte uniche, sulla cultura del nostro territorio, conserviamo nelle nostre biblioteche che potremmo mettere a disposizione di un pubblico più ampio: dello studioso che vive dall’altra parte del mondo, per esempio, che verrebbe così a sapere dell’esistenza di documenti altrimenti impossibili da conoscere.

La prossima volta che cercando su Wikipedia ci scandalizzeremo della povertà o inaffidabilità di una voce, rimpiangendo i tempi non lontanissimi in cui il sapere era rinchiuso dentro testi autorevoli, alziamoci, andiamo in sala o nei depositi e cerchiamo un testo “autorevole”. Poi torniamo su Wikipedia, clicchiamo su “modifica” e aggiorniamo la voce.

E c’è un motivo in più per farlo subito, a partire da questa settimana: ecco perché e come fare: #1Lib1Ref.