Libri da buttare

Nei primi tre mesi del 2017 i casi di morbillo in Italia sono stati 1439. Nello stesso periodo dell’anno, nel 2016, sono stati 237. Nel 2015, sempre da gennaio a marzo, 43. Qui tutti i dati.

Da cosa dipende l’aumento di questi numeri? Aumenta il numero di genitori che non vaccinano i propri figli, per cui, anche a causa dell’ indebolimento della cosiddetta immunità di gregge, la copertura vaccinale è insufficiente per evitare il contagio. Quindi, oltre ai bambini non vaccinati per scelta ci sono persone che non possono vaccinarsi, o non sufficientemente immuni alla malattia per vari motivi, che si ammalano. C’è da dire che il morbillo non è un’ innocua indisposizione che ricopre per qualche giorno chi la contrae di macchie rosse: è una malattia potenzialmente mortale, che può avere complicanze anche gravissime: per esempio polmonite, encefalite, insufficienza respiratoria, convulsioni. Basti pensare che il 39% degli ammalati di quest’anno è stato ricoverato in ospedale, il 15% arrivato tramite pronto soccorso.

Se c’è chi non ritiene il morbillo una malattia così grave, per cui arriva a non vaccinare i propri figli, offrendo così anche ad altri (solo per fare un esempio: a chi è immunodepresso a causa di una chemioterapia)  la possibilità di essere contagiati, diverso è il caso del tumore. Il tumore è la malattia che temiamo: conosciamo tutti qualcuno che ne è stato colpito, sappiamo che dolore e paura non sono risparmiati neanche a chi arriva a una guarigione. Per questo colpisce ancora di più il seguito che ha un certo signore, che si chiama Ryke Geerd Hamer, il quale sostiene, fra molte altre pericolosissime sciocchezze, che il tumore sia frutto di un conflitto psichico, e dunque basta curare il conflitto per curare il tumore; che le metastasi sarebbero un’invenzione della medicina e che in nessun caso bisogna somministrare morfina per controllare il dolore nelle persone ammalate.

Recitiamo come un mantra, noi bibliotecari, il ruolo fondamentale delle biblioteche per sviluppare cittadini informati, consapevoli, in grado di orientarsi e di riconoscere il falso dal vero, le opinioni dai fatti, le false credenze dalla scienza. Abbiamo condiviso in molti, in questi giorni, sulle pagine social delle nostre biblioteche, la chiara infografica realizzata dall’IFLA su come riconoscere le false notizie, che si conclude con l’invito, in caso di dubbi, a rivolgersi ai bibliotecari, che sono gli esperti in questo caso.

E allora ho provato a fare l’utente. Ho aperto fiduciosa la pagina del catalogo del mio sistema bibliotecario e ho inserito nella stringa di ricerca il termine “vaccinazioni”. Risultano presenti 153 monografie. Sfortunatamente il soggetto di tutte queste opere, l’ unico elemento che permetterebbe di capire l’approccio all’argomento trattato (purtroppo l’OPAC in questione non contiene abstract),  nella maggior parte dei casi non dice più di quell’unica parola: “vaccinazioni”. Dunque bisogna affidarsi al titolo, spesso ambiguo, o all’editore, in qualche caso noto, per capire se si tratta di un libro che sostiene che i vaccini sono propaganda delle cause farmaceutiche e sono il male assoluto per i nostri bambini, oppure se ci troviamo davanti a serie argomentazioni medico-scientifiche. Dal momento che con il solo catalogo non se ne viene fuori, allora con paziente copiaincolla inserisco ciascun titolo in Amazon, IBS o altri siti commerciali, che contengono abstract e recensioni dei testi che ho trovato, e lì tutto diventa più chiaro. (E questo meriterebbe un discorso a parte su quanto a volte siano teneri i nostri tentativi di fare information literacy spiegando agli utenti come funzionano i nostri ottusi cataloghi).

Scopro, davvero con sorpresa e sgomento, che nel mio sistema bibliotecario ci sono almeno 12 titoli usciti negli ultimi 5 anni (e ovviamente svariate copie per ciascun titolo) che diffondono superstizioni e opinioni prive del minimo fondamento scientifico contro le vaccinazioni. Le teorie del signor Hamer invece, possono contare su una documentazione di circa 7 titoli, anche questi presenti in più copie nelle diverse biblioteche. La situazione non migliora consultando i cataloghi di altri sistemi bibliotecari: nelle nostre biblioteche acquistiamo, cataloghiamo, prestiamo e promuoviamo libri che diffondono disinformazione, teorie false e pericolose per il singolo e per la società.

E allora, è arrivato il momento di buttarli via, questi libri. Tenerli sugli scaffali delle nostre biblioteche è un atto di irresponsabilità: vuol dire fornire supporti credibili (in fondo sono passati dal vaglio dei bibliotecari, esperti di corretta informazione!) a opinioni sbagliate e dannose.

Chi pensa che la scelta dei documenti da proporre al pubblico in biblioteca debba essere fondata su un’equidistanza geometrica da tutte le posizioni, da tutte le opinioni, deve sapere che il compito della biblioteca è quello di documentare: fornire conoscenze solide su cui operare le proprie scelte, su cui fondare le proprie convinzioni. Documentare non è alimentare idee e credenze prive di fondamento che hanno conseguenze pericolose sulla vita delle persone.

Chi grida alla censura, sappia che buttando via questi libri non stiamo privando il mondo di queste fondamentali teorie, perché continueranno a sopravvivere, e pure in abbondanza, dove già trovano ampio spazio e diffusione: in decine di pagine Facebook e in altrettanti siti web, anche indicizzati da Google fra i primi posti. Chiunque è liberissimo di disinformarsi in rete, ma se viene in biblioteca deve sapere che qui, e soprattutto su temi delicati come la salute, troverà informazione di qualità, conoscenze supportate da fonti serie, sia nei libri che in rete; mentre la magia, le credenze popolari, la fantascienza, le superstizioni le potrà trovare al massimo nelle rispettive classi Dewey.

La pasta madre della conoscenza

Sono nata e ho vissuto la mia infanzia ed adolescenza in Salento, quando il Salento non sapeva ancora di essere il Salento. Ho fatto in tempo, quindi, a vivere un contesto sociale che vedeva convivere e intrecciarsi modernità e tradizione, in cui molte dinamiche sociali erano immutate, forse da secoli.

Una di queste, forse oggi ancora viva in alcuni paesi, era la pratica di fare il pane in casa per poi portarlo a cuocere al forno del paese che, oltre a produrre il pane per la vendita, permetteva anche ai privati di cuocere il proprio. Dal momento che il pane salentino ha una conservazione molto lunga, si faceva il pane circa una volta al mese; se ne produceva parecchio per coprire il fabbisogno mensile, e insieme al pane si facevano anche altre varietà di sfornati, fra cui le friselle, oggi apprezzato street food turistico servito con condimenti che fanno inorridire diverse generazioni di miei avi.

Ingrediente indispensabile per fare il pane è il lievito, che allora nessuno chiamava “pasta madre”, ma era semplicemente “llavàtu“. Nessuno era proprietario del lievito: quando una famiglia doveva fare il pane, andava a cercarlo dalla vicina, e dopo tre o quattro porte, in qualche casa si trovava una pagnotta lievitata, che in modo del tutto naturale veniva ceduta alla famiglia panificatrice. Poi, quando il pane veniva impastato e fatte le forme da cuocere, si teneva da parte un pezzettino di quella pasta cruda, si faceva una croce sopra e si lasciava a lievitare per qualche giorno. Si formava così un nuovo llavàtu. Qualcuno del vicinato, qualche giorno dopo, avrebbe bussato a quella porta per prendere il prezioso lievito per il proprio pane, e così avrebbe continuato quella lunga catena fatta di un solo lievito itinerante, che avrebbe fatto lievitare decine e decine di forme di pane, mai uguali da famiglia a famiglia,  per tutto il quartiere.

Credo che nessuno di loro avrebbe saputo dire chi, per la prima volta, aveva creato quella pasta madre. Credo anche che nessuno di loro avrebbe saputo farla per la prima volta. Semplicemente, u llavàtu c’era, bastava chiedere in giro.

L’ingrediente primario, il più prezioso, per produrre il cibo più importante dell’uomo, il pane,  che anche simbolicamente è sinonimo e archetipo del cibo stesso, non era di proprietà di nessuno. C’era, era di tutti, ciascuno se ne prendeva cura, era una forma atavica di condivisione; nessuno lo “perdeva” mai per incuria, perché smetteva di fare il pane, perché decideva di tenerlo per sé: il lievito restava in vita, si rigenerava, perché tutti lo usavano e riusavano, perché era un bene di primaria importanza per tutti.

Si potevano produrre pane, panini, focacce, friselle, pizze e ogni altra “opera derivata”: nessuno aveva timore di donarlo, perché ce n’era sempre in giro un originale integro.

Per contribuire con la propria documentazione alle celebrazioni per il centenario della morte di Cesare Battisti, la biblioteca decide di digitalizzare le opere che il politico e geografo pubblicò in vita. Decide anche che le digitalizzazioni devono essere disponibili per il pubblico nel modo più ampio possibile, per questo usa piattaforme libere: Internet Archive e Wikisource per i testi e Wikimedia Commons per le immagini. Sono lì, chiunque può trovarle e prenderle per farne qualunque cosa.

Fino a che erano di carta, questi testi interessavano studiosi o studenti di storia e persone interessate alla figura di Cesare Battisti. Che potevano decidere di leggerli, uno per volta, fotocopiarne delle parti, consultare le immagini, citarli come fonte. Con la digitalizzazione questi testi sono stati smembrati: abbiamo il testo integro in formato immagine; grazie al lavoro della comunità di Wikisource abbiamo il formato testo modificabile a fronte (che chiunque può contribuire a migliorare); abbiamo diversi formati dei testi da leggere su diversi dispositivi (ePub, Mobi, Pdf, TXT, RTF) abbiamo le immagini e le carte geografiche fotografate una per una, come singoli oggetti digitali. Sono ancora di grande interesse per gli studiosi, ma chiunque ci può giocare come vuole, può usarli per creare nuovi prodotti dell’intelligenza e della creatività umana, può produrre nuovi strumenti e nuove fonti di conoscenza. Non più e non solo gli storici e gli studiosi, dunque, possono beneficiare di questo lavoro, ma chiunque.

Per esempio, succede che qualcuno , che non è uno storico e non è direttamente interessato alla figura di Cesare Battisti per lavoro o per interesse personale, trovi nell’opera digitalizzata di Battisti una mappa della città di Trento di un secolo fa.

Ispirato da una rappresentazione della propria città che a tratti è rimasta uguale, a tratti è radicalmente diversa a distanza di un secolo, decide di sovrapporre alla mappa antica, una odierna della città di Trento, realizzata in modo aperto e collaborativo nel progetto OpenStreetMap, per creare nuove visualizzazioni che evidenzino tutto quello che è cambiato, e tutto quello che è rimasto uguale, nella città di Trento a distanza di un secolo. trento1915_mask

Tutto il percorso, e i risultati di questo lavoro, che mi sembra bellissimo, sono ben raccontati e descritti qui.

Un’opera scritta un secolo fa che, solo per il fatto di essere ora disponibile liberamente in formato digitale, rigenera se stessa e genera nuova conoscenza, mi sembra che possa rappresentare un efficace invito per le biblioteche a non temere di “liberare” i testi in pubblico dominio che conservano: questi, e le loro digitalizzazioni, resteranno integri e correranno solo due rischi che vale la pena di correre: una maggiore diffusione di questi documenti e la possibilità di vedere nascere nuove opere di ingegno e creatività a partire da quelle liberate.

Il bello del pubblico dominio è proprio questo: custodite nelle biblioteche fisiche le opere di carta, le versioni digitali sono sono lì a disposizione di tutti, non bisogna chiedere il permesso a nessuno per digitalizzarle e diffonderle; sono beni che solo con il libero riuso diventano generativi, proprio come quel pezzo di lievito curato e condiviso da tutti, che ciascuno poteva riutilizzare per creare il pane delle forme e ricette più varie.

Anche la conoscenza ha senso se mantenuta viva, se qualcuno se ne prende cura non tenendola chiusa nell’armadio per distribuirla a richiesta, magari dietro compilazione di uno o più moduli, ma lasciando che, come un eterno lievito, possa circolare e venga rigenerata dal libero riuso di chiunque.

Se ha funzionato con il pane, bene di prima necessità, e per secoli, perché allora non dovrebbe funzionare con la conoscenza?

Il decoro è un lusso

Decoro: 1. Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta; 2. Decorazione, che serve da ornamento; in partic. piastrella con decorazioni.

“Decoro” è il termine più spesso invocato da chi, frequentatore di biblioteche pubbliche, si sente disturbato dalla presenza di senzatetto o persone che non svolgono una particolare occupazione intellettuale, soprattutto se stranieri.

C’è chi, spesso animato da tutte le virtù cristiane, è sinceramente addolorato per le disgrazie altrui, ed è convinto che qualcuno (di norma qualcun altro) dovrebbe fare qualcosa. Il suo dolore resta inascoltato, un’invocazione sempre aperta: bisogna fare qualcosa.

C’è chi, consapevole di quanto certe persone siano sfortunate, comprende il loro disagio, ma ritiene sia ragionevole che lo esprimano altrove, in fantomatici luoghi di raccolta di persone disagiate: sono luoghi in cui è possibile esprimere senza timore il proprio sfortunato status, in cui realizzare pienamente la propria indecorosa marginalità.

C’è poi chi rivendica con orgoglio, come fosse un altissimo pensiero conquistato dopo anni di studi e fatiche, di non essere buonista, e, chiarisce: non che sia razzista, ma negri e barboni non devono stare in biblioteca e devono,  rispettivamente, tornare al proprio paese e andare a lavorare.

Infine ci sono quelli che si indignano. Che dichiarano su Facebook la propria indignazione e contano i like e i commenti di altri indignati e biasimano chi non si indigna.

Ma cosa hanno in comune, cosa invocano tutti? Il decoro. Non è decoroso che un senzatetto stia in biblioteca. In biblioteca c’è tutto il sapere, ci sono i libri, ci sono studenti e studiosi: tutti, questi, concetti e persone decorosissime.

Mi piacerebbe sapere come e quando si sono formati questa strana convinzione. Le biblioteche pubbliche non sono luoghi decorosi. Non lo sono se spalancano le porte davvero a tutti coloro che vogliono entrare, conoscere, imparare, condividere, trovare una risposta, cercare una comunità in cui riconoscere un pezzo di sé.

Le biblioteche pubbliche non sono decorose perché la vita, certe volte, non lo è. La vita ti può presentare situazioni orribili, ed è solo un caso se ti ritrovi con un tetto sopra la testa, un amico o una rete familiare che ti aiuti. E a volte neanche questo basta a cavarsela.

Che le difficoltà – economiche, sociali, mentali – non siano decorose, può capitare. Ma il decoro non è una scelta: il decoro è un lusso, che non tutti si possono permettere.

Chi in biblioteca cerca un rassicurante specchio della propria fortunata realtà, ha sbagliato posto e, semmai fosse venuto per imparare qualcosa, non imparerà niente. Si impara davvero confrontandosi e mettendosi in discussione, e non cercando conferme fra i propri simili.

Chi crea biblioteche pubbliche in questo senso rassicuranti, chi aspira a riprodurre nella biblioteca pubblica certe dinamiche ed assetti sociali esterni, tanto puliti e decorosi quanto meglio riescono a nascondere le marginalità, così sgradevoli da vedere,  forse deve rivedere la propria missione; forse lavora per un pubblico che non ha bisogno davvero di una biblioteca, anche se la frequenta. Forse ha solo creato uno spazio pieno di libri.

Sempre più si diffonde la concezione, e anche la moda, di biblioteche che dovrebbero somigliare ai Fab Lab, laboratori in cui si impara facendo. Proviamo a pensare alla biblioteca come un laboratorio in cui si impara vivendo, luogo privilegiato di sperimentazione spontanea delle complessità e delle contraddizioni della nostra società, luogo in cui troviamo persone, libri e condizioni umane che ci facciano sempre imparare qualcosa sulle cose importanti della vita, e pazienza se il decoro non è fra questi.

Il catalogo dei libri azzurri, ovvero, il senso e la bellezza dei dati

Knowledge Design: costruire nuovi modelli del sapere,  è il tema di una conferenza che Jeffrey Schnapp ha tenuto il 16 dicembre 2016 all’Università di Trento, alla quale ho potuto assistere. Qui un resoconto molto parziale dell’incontro, con alcune mie riflessioni. Ringrazio Jeffrey Schnapp per avermi fornito alcuni materiali della sua presentazione.

Il modello del processo di ricerca in ambito umanistico è tradizionalmente quello che parte da un lungo lavoro di reperimento e accumulo di dati, dal loro studio e interpretazione, dalla scrittura dei risultati, dal lavoro redazionale sul testo, fino alla sua pubblicazione. Questo percorso, a volte talmente lungo che la ricerca diventa superata nel momento in cui è pubblicata, è oggi messo in crisi dalle opportunità offerte dagli strumenti digitali, che riavvicinano sempre più ambito scientifico e umanistico, e riportano la conoscenza al confluire di competenze, esperienze, linguaggi più diversi e non ad un preciso ambito definito a priori che si sviluppa secondo un processo prevedibile.

Il modello di digital humanities cui guardare oggi è quello del laboratorio: si fa, si elabora, si produce parlando (ed essendo in grado di interpretare) contemporaneamente linguaggi diversi. Più che di uno staff di ricerca che rappresenta tutte le competenze necessarie, si parla qui di un metodo, che vede nell’annullamento dei confini fra le discipline l’elemento generativo del sapere. Il libro, quindi, può essere solo uno dei nodi all’interno di un processo reticolare che è esso stesso il percorso della ricerca, che si comunica mentre si realizza, mentre si mette in relazione con altre specificità e ambiti inimmaginabili secondo il modello tradizionale di ricerca umanistica.

Il compito dell’umanistica digitale è proprio quello di ridisegnare  i percorsi in cui si sviluppano saperi, creando nuovi modelli che includano come parte essenziale del processo di ricerca anche nuove forme di comunicazione, di argomentazione, di “modelli di persuasione”.

Per fare queste cose non bastano studiosi, informatici, bibliotecari, conservatori, artisti del digitale nel senso di professionisti che lavorano in team ciascuno per la propria parte; è necessario che queste competenze attraversino  tutte le professionalità, almeno fino al punto di riuscire a parlare un linguaggio comune. Solo su questa base poi possono agire gli specialismi.

L’elemento costitutivo del processo della conoscenza in questo contesto sono naturalmente i dati. Che da soli sono o brutti o inutili, intorno ai quali ruota tutto un lavoro di critica, elaborazione che li rende meaningful or beautiful:

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Meaningful and beautiful, mi piace di più.

Non si possono separare infatti i concetti di utile e bello vedendo muoversi sullo schermo una mappa diacronica che si popola, man mano che gli anni scorrono in una colonna in basso a sinistra, di luci più o meno grandi in corrispondenza dei luoghi della storia della stampa in Europa, progetto che alle spalle ha un database di dati bibliografici.

Così come bella, bellissima (e utile, utilissima), è un’immagine che ricorda un quadro astratto: sfumature di tutti i colori che si attraversano ed estendono in aree più o meno vaste, che rappresentano una distribuzione di tutti colori presenti nelle opere  di un museo, così basta cliccare su una particolare tonalità per vedere in quali opere questa si trova. Questo grazie a un database in cui i musei buttano dentro le immagini, e poi uomini e macchine fanno il resto. Danno significato e bellezza.

Per chi si chiede quale sia il compito delle biblioteche in questi tempi in cui abbiamo (noi, biblioteche) perso, semmai l’avessimo avuta, l’esclusiva delle fonti della conoscenza, questa a mio avviso è una delle risposte: produrre dati e renderli disponibili. Forse non saremo noi a renderli utili e belli, ma questo lasciamolo fare alle persone e alle macchine che lo sanno fare (se ne parlava anche qui). Nostra è la responsabilità, oggi, di attivare processi che trasformino la conoscenza che le nostre biblioteche conservano in dati, cioè in unità costitutive del sapere in epoca digitale.

Per farne cosa? Credo non debba interessarci più di tanto. Significativa una piccola provocazione che Schnapp ha raccontato: ai bibliotecari della Library of Congress che difendevano la perfezione dei metodi di catalogazione bibliografica da loro utilizzati, egli chiede: “Ma io posso, con i vostri dati, vedere quanti libri azzurri avete?”

Dobbiamo quindi fidarci di quello che chiunque vuol farne, che sia un catalogo dei libri azzurri o un database delle occorrenze di un corpus di testi medievali o una nuova trascrizione filologica di un manoscritto o una mappa tematica di un determinato argomento, o altro.

Tanto, insiste Schnapp, nessuno potrà danneggiarli. I dati resteranno integri, qualunque sia l’uso che se ne faccia.

Sarà questa la nuova identità delle biblioteche, sono questi gli scenari futuri? Mi aspettavo che, alla domanda sul ruolo delle biblioteche in questi nuovi processi della conoscenza, Schnapp proponesse concezioni ultra-innovative di biblioteche come laboratori di produzione ed elaborazione di conoscenze digitali, e lui ha risposto invece parlando delle antiche biblioteche di Pergamo e Alessandria, che erano ecosistemi della conoscenza: luoghi di conservazione dei documenti, in cui operavano filologi e studiosi che interpretavano e trascrivevano le opere, in cui esisteva una sala che ospitava il confronto e il dialogo e dove si tenevano lezioni. Conservazione, elaborazione, circolazione del sapere avvenivano in un unico processo.

L’epoca digitale ripropone questo processo, che non deve però isolarsi nel solo contesto digitale anzi: oggi come allora sono fondamentali gli spazi fisici, luoghi dove far interagire le persone intorno alle risorse della conoscenza.

Fino ad ipotizzare proposte audaci per le biblioteche pubbliche locali: collezioni mobili e collocazioni temporanee, che forniscano alle persone tutti gli elementi di conoscenza per la discussione e l’elaborazione partecipata di determinati problemi molto sentiti dalla comunità. Una proposta alternativa al modello di biblioteca pubblica universalistica che varrebbe la pena di sperimentare.

Biblioteche e open data

bibliotecari non bibliofili!

Lunedì scorso sono stata al seminario che si è tenuto presso la Biblioteca Sormani di Milano Open Data, Machine Learning e Biblioteche. Ora sono stati pubblicati i video integrali degli interventi, compresa la tavola rotonda del pomeriggio. Questo era il programma della giornata.

Si è trattato di un seminario anche più interessante di quanto già non mi aspettassi. Fra tutte le cose che ho sentito – o meglio fra quelle che ho capito ma, come cercherò di spiegare, non è molto importante che alcune non si capissero – ce n’è stata una sola con cui non sono d’accordo: che gli open data delle biblioteche, e quanto ci si può costruire, siano un oggetto di interesse di nicchia.

Perché no? Perché, quando di certo non si sta parlando di sostenibilità economica dei servizi, di promozione della lettura, di open access o di qualunque altro modo in cui…

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Spalancare le porte. E poi?

Riprendo l’argomento di un altro mio post, anche sollecitata dalla lettura di questo intervento di Denise Picci. Mi interessa in particolare una questione che pone Denise:

Quando seguendo l’idea che le biblioteche devono rispecchiare la nostra società (davvero? abbiamo aspirazioni e modelli così bassi?) abbiamo aperto le porte a tutti (sacrosanto, sia chiaro) e abbiamo lasciato tutti lì, in biblioteca a fare non si sa bene cosa, riproponendo esattamente quello che succede fuori: aree di emarginazione, insofferenze, non risposte ai bisogni.

Mi sento chiamata in causa perché scrissi altrove, e non esito a dirlo ogni volta che posso, proprio questo:

una biblioteca che voglia dirsi veramente pubblica, una biblioteca pubblica che funziona, anzi addirittura la biblioteca pubblica ideale, è quella che riesce a contenere al suo interno la società che sta fuori dalle sue pareti. Tutta la società, tutte le persone. Gli accademici, i bambini, gli studenti, le casalinghe, i professionisti, le commesse e le funzionarie,  gli intellettuali, le maestre, i poveri, i solitari, i tristi e i felici. Tutti.

Non si tratta naturalmente di riproporre (o aspirare a) un modello sociale della nostra biblioteca identico a quello esterno, quanto di rispondere al principio fondante dell’esistenza delle biblioteche pubbliche, quello di offrire servizi per tutti senza distinzione.

Questo principio, così banale se vogliamo (quale bibliotecario pubblico non lo affermerebbe, in teoria?) è stato ed è spesso nella pratica disatteso dagli stessi bibliotecari, che hanno cominciato a distinguere fra utenza propria e impropria, e a chiedersi se servizi che sono stati progettati e per un certo periodo ritenuti assolutamente propri per la biblioteca (per esempio, la connessione wi-fi), non fossero improvvisamente diventati impropri sulla base di chi li utilizza. Quello che poi è successo, sta succedendo, è che le biblioteche hanno cominciato a considerare questo fenomeno un problema, e non un’opportunità (ma anche, scusate, un dovere per chi, pagato con denaro pubblico, ha scelto di lavorare per rispondere ai bisogni di informazione e conoscenza delle persone).

Non solo un problema dunque, ma un problema che riguarda categorie di persone: semplificazione, questa, che inficia qualunque ipotesi costruttiva; raramente scomposto e analizzato negli elementi che ne costituiscono la complessità. Tutti quelli che vanno sotto il nome di utenti impropri, sono davvero una categoria? Il senzatetto, l’immigrato, il disoccupato, il rifugiato, se per la biblioteca rappresentano un unico “problema”, chiedono davvero una risposta univoca?  L’approccio finora è stato questo: la ricerca di una, e una sola soluzione (impossibile) a un problema che non ci si è preoccupati di definire nelle sue articolazioni. Inevitabilmente, dunque, la risposta è di massa: si invocano i servizi sociali, è un problema del sindaco, mettiamo i tornelli: in sostanza, viene dichiarata l’estraneità dei bibliotecari alla questione.

Dunque, da chi è composto questo grande magma di utenti impropri? Non serve commissionare chissà che ricerca: basta alzarsi, fare il giro del bancone (poi un giorno dirò della necessità di bruciare i banconi delle biblioteche, ma questo è un altro discorso) ed andare a parlare con queste persone: sono lì tutti i giorni, le vediamo da mesi, non si sono mai rivolte a noi per chiedere informazioni o servizi, forse non sappiamo neanche come si chiamano e li indichiamo fra noi con il nome del loro apparire (quello col berretto, quello piccolo, il pakistano ecc.). Magari con il sorriso con cui Denise ha salutato la signora straniera, dire: “Buongiorno, sono il bibliotecario, mi chiamo Giuseppe, vedo che viene tutti i giorni, ma non ci conosciamo. Posso farle qualche domanda? lei può farne a me, se vuole”. Chiedere a ciascuno di loro perché viene in biblioteca, cosa cerca, cosa trova e cosa non trova, cosa vorrebbe, cosa possiamo fare per essere anche il suo bibliotecario e come può essere, la nostra, anche la sua biblioteca.

Si possono scoprire cose sorprendenti, per esempio una disponibilità al dialogo quasi sempre cordiale e aperta; per esempio che si aspettano dalla biblioteca esattamente quello che offre, per esempio che non sapevano che la biblioteca potesse rispondere a un loro bisogno. Si può scoprire che il ragazzo nero che da settimane se ne sta muto seduto nello stesso posto e ci pare finga di sfogliare qualche libro solo per giustificare la sua presenza in biblioteca, proviene dal Mali, dove, ci ha raccontato, nei pochi anni in cui si va a scuola si studia il francese e il mondo occidentale su libri di testo francesi, dove non si trovano – o a lui non è mai capitato di trovare – libri che parlano degli animali che popolano la sua terra, e allora per questo gli piace venire in biblioteca, perché trova libri con le foto del suo paese.

Può capitare che dopo un minimo di dialogo, un rifugiato (un clandestino?) si senta finalmente in confidenza per chiedere se, già che ci siamo, possiamo dare un’occhiata ai compiti del corso di lingua italiana, che ha appena fatto.

Può capitare di vedere reazioni di grande entusiasmo quando, a chi dichiara di essere lì perché non ha niente da fare e traffica con il suo tablet tutti i giorni perché c’è il wi-fi gratis, si propone di dare un’occhiata alle proposte della biblioteca digitale o di ascoltarsi un audiolibro.

Questo non è banale: una sorpresa interessante potrebbe essere che molti non chiedono (non hanno bisogno di) cose molto diverse di una riproposizione aggiornata di quello che la biblioteca ha sempre offerto (che magari risponde anche ad esigenze di utenti “tradizionali”).  E può anche capitare che sì, ci siano persone che hanno più bisogno dei servizi sociali che della biblioteca, ma che un bisogno non esclude l’altro.

Questa non è una soluzione, ma il primo passo da fare. Entrare in relazione con le persone che frequentano la biblioteca. Riconoscerle nella loro unicità per dare “cittadinanza bibliotecaria” ai loro bisogni.

Attenzione, non sto parlando (non in questo momento, almeno) della bellezza di aprirsi al mondo e del piacere di conoscere le persone e di sentirsi bibliotecari aperti e accoglienti. Perché la relazione fine a se stessa, pur bella e importante, non serve a molto se il nostro scopo è far crescere e cambiare i servizi della biblioteca partendo dai bisogni di chi li usa.

Perché poi, in back office, bisogna studiare, elaborare dati e informazioni che abbiamo raccolto, per capire prima di tutto quanto i servizi della biblioteca rispondano alle loro esigenze ed aspettative. Chiedersi fino a che punto coinvolgere queste persone direttamente nella progettazione di nuovi spazi e servizi. Trovare modi per mescolare gli utenti in base alle risposte che la biblioteca può dare ai loro bisogni e non in base alla loro nazionalità o provenienza sociale. Considerare la collaborazione e il coinvolgimento di altri servizi pubblici, sia per dirottare all’interlocutore giusto quelle richieste per le quali non siamo competenti, sia per avere, noi bibliotecari, alcuni strumenti utili di analisi, o di semplice conoscenza dei fenomeni che affrontiamo ogni giorno.

Dovremmo volere fortemente che la nostra biblioteca sia frequentata dalla società che sta fuori, con tutti i problemi e le complessità che questo comporta. Dovremmo volerlo perché questa riproduzione, in piccolo, del modello sociale esterno ci permette di incidere davvero, di potere realmente lavorare per il cambiamento.

Quello che, del modello sociale esterno, non possiamo permetterci di riprodurre dentro le biblioteche sono le soluzioni di massa, le semplificazioni di problemi sociali complessi, la radicalizzazione di opinioni sempre meno supportate dalla conoscenza reale dei fatti e dei fenomeni. E in questo il ruolo dei bibliotecari non è semplicemente spalancare le porte della biblioteca (anche se neanche questo pare scontato), ma lavorare attivamente, ascoltando, analizzando, proponendo, coinvolgendo, mettendosi direttamente in gioco (e in discussione) tutti i giorni.

 

 

 

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Fare cose con i dati

Il Burkina Faso è un territorio povero di acqua. Ci sono dei bacini più o meno grandi che si formano nella stagione delle piogge, che però nella restante parte dell’anno diventano secchi. L’acqua bisogna estrarla dai pozzi: si trova a qualche decina di metri sotto terra, dove, coperta da un alto strato di suolo argilloso, si raccoglie lungo falde rettilinee che scorrono sopra rocce di granito. Le radici degli alberi si sviluppano sottoterra soprattutto in verticale, perché cercano di raggiungere l’acqua, e quindi, per decidere dove trivellare per scavare un pozzo, si cercano alberi disposti naturalmente in fila.

Ma dove, effettivamente, c’è bisogno di un pozzo? Quanti sono i pozzi funzionanti, quelli accessibili, nelle zone rurali di quel paese? e quante decine, centinaia o migliaia di metri bisogna percorre per raggiungerne uno?  Nasce da queste domande il progetto H2OpenMap: un censimento dei pozzi presenti in un’area rurale del Burkina Faso, perché, come si cita in homepage del progetto “se sappiamo dove sono i pozzi, sappiamo anche dove mancano”.

Dunque questi volontari percorrono i territori e cercano i pozzi esistenti, li geolocalizzano su una mappa, li classificano per tipologia, per stato di funzionamento, per possibilità di accesso, distanza dai villaggi, e aggiungono varie altre informazioni utili e poi sulla base di questo decidono dove trivellare per costruirne di nuovi. E cambiare la vita di chi abita quei territori.

Condivideremo tutti i risultati con più associazioni possibili e cercheremo di insegnare questo metodo a quanti vorranno partecipare, mappando altre zone del Burkina Faso. Se riusciremo nell’intento di diffondere il progetto allora in breve tempo avremo una mappa dei pozzi del Burkina Faso e perché no, anche di altre zone dell’Africa.

Ho scoperto tutto questo partecipando a uno degli incontri organizzati nell’ambito del quarto raduno di Spaghetti Open Data, gruppo informale di “italiane e italiani che fanno cose con i dati“, tenuto insieme da una mailing list attivissima che seguo con meticolosa attenzione da più di due anni, affascinata dalla passione che pervade qualunque discussione. Anche quelle, numerose, di cui io non capisco niente perché dell’aspetto informatico delle cose io so pochissimo. Perché le seguo dunque? Perché sono una bibliotecaria, e con la stessa loro passione perseguo il sogno di un accesso aperto alla conoscenza, in tutte le forme possibili, a tutti i livelli: nella disponibilità di dati e informazioni, nella capacità di interpretarli, di elaborarli, di riusarli per costruire nuovi saperi, nel facilitare il percorso per chiunque voglia coinvolgersi, provare, mettere un pezzo delle proprie idee, conoscenze, competenze per costruire percorsi di conoscenza davvero libera. Quando proprio sono scoraggiata dal fatto che non riesco a seguire la mailing list perché troppo tecnica per le mie competenze (e non è il solo progetto che fatico e contemporaneamente mi ostino a seguire), mi ricordo di questo intervento di Aaron Swartz, che è una delle letture che più mi è stata d’ispirazione e che più mi ha dato motivazione nelle cose che faccio, e capisco perché lo sto facendo.

Le persone che fanno cose con i dati, che a volte parlano in un linguaggio a me incomprensibile, permettono la costruzione di pozzi d’acqua in Africa, censiscono i beni confiscati alle mafie e il loro riutilizzo; raccontano, con numeri e dati, quanti e quali sono i muri che dividono in Europa, raccolgono e organizzano i dati sugli edifici contaminati dall’amianto per fornire supporto a inchieste giornalistiche e azioni civiche. Cercano, liberano e organizzano i nudi dati e li trasformano, o permettono con il loro lavoro ad altri di trasformarli, in informazioni, strumenti, servizi.

Che la definizione di open data comprenda tutto questo sono in pochi a saperlo forse, e pochi, anche fra chi i dati li crea e li possiede, ne capiscono l’importanza. Io, man mano che imparo seguendo questo percorso, mi convinco sempre più che l’open data sia la cellula e l’unità di misura minima della libertà e della democrazia nei nostri tempi.