Il decoro è un lusso

Decoro: 1. Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta; 2. Decorazione, che serve da ornamento; in partic. piastrella con decorazioni.

“Decoro” è il termine più spesso invocato da chi, frequentatore di biblioteche pubbliche, si sente disturbato dalla presenza di senzatetto o persone che non svolgono una particolare occupazione intellettuale, soprattutto se stranieri.

C’è chi, spesso animato da tutte le virtù cristiane, è sinceramente addolorato per le disgrazie altrui, ed è convinto che qualcuno (di norma qualcun altro) dovrebbe fare qualcosa. Il suo dolore resta inascoltato, un’invocazione sempre aperta: bisogna fare qualcosa.

C’è chi, consapevole di quanto certe persone siano sfortunate, comprende il loro disagio, ma ritiene sia ragionevole che lo esprimano altrove, in fantomatici luoghi di raccolta di persone disagiate: sono luoghi in cui è possibile esprimere senza timore il proprio sfortunato status, in cui realizzare pienamente la propria indecorosa marginalità.

C’è poi chi rivendica con orgoglio, come fosse un altissimo pensiero conquistato dopo anni di studi e fatiche, di non essere buonista, e, chiarisce: non che sia razzista, ma negri e barboni non devono stare in biblioteca e devono,  rispettivamente, tornare al proprio paese e andare a lavorare.

Infine ci sono quelli che si indignano. Che dichiarano su Facebook la propria indignazione e contano i like e i commenti di altri indignati e biasimano chi non si indigna.

Ma cosa hanno in comune, cosa invocano tutti? Il decoro. Non è decoroso che un senzatetto stia in biblioteca. In biblioteca c’è tutto il sapere, ci sono i libri, ci sono studenti e studiosi: tutti, questi, concetti e persone decorosissime.

Mi piacerebbe sapere come e quando si sono formati questa strana convinzione. Le biblioteche pubbliche non sono luoghi decorosi. Non lo sono se spalancano le porte davvero a tutti coloro che vogliono entrare, conoscere, imparare, condividere, trovare una risposta, cercare una comunità in cui riconoscere un pezzo di sé.

Le biblioteche pubbliche non sono decorose perché la vita, certe volte, non lo è. La vita ti può presentare situazioni orribili, ed è solo un caso se ti ritrovi con un tetto sopra la testa, un amico o una rete familiare che ti aiuti. E a volte neanche questo basta a cavarsela.

Che le difficoltà – economiche, sociali, mentali – non siano decorose, può capitare. Ma il decoro non è una scelta: il decoro è un lusso, che non tutti si possono permettere.

Chi in biblioteca cerca un rassicurante specchio della propria fortunata realtà, ha sbagliato posto e, semmai fosse venuto per imparare qualcosa, non imparerà niente. Si impara davvero confrontandosi e mettendosi in discussione, e non cercando conferme fra i propri simili.

Chi crea biblioteche pubbliche in questo senso rassicuranti, chi aspira a riprodurre nella biblioteca pubblica certe dinamiche ed assetti sociali esterni, tanto puliti e decorosi quanto meglio riescono a nascondere le marginalità, così sgradevoli da vedere,  forse deve rivedere la propria missione; forse lavora per un pubblico che non ha bisogno davvero di una biblioteca, anche se la frequenta. Forse ha solo creato uno spazio pieno di libri.

Sempre più si diffonde la concezione, e anche la moda, di biblioteche che dovrebbero somigliare ai Fab Lab, laboratori in cui si impara facendo. Proviamo a pensare alla biblioteca come un laboratorio in cui si impara vivendo, luogo privilegiato di sperimentazione spontanea delle complessità e delle contraddizioni della nostra società, luogo in cui troviamo persone, libri e condizioni umane che ci facciano sempre imparare qualcosa sulle cose importanti della vita, e pazienza se il decoro non è fra questi.

Il catalogo dei libri azzurri, ovvero, il senso e la bellezza dei dati

Knowledge Design: costruire nuovi modelli del sapere,  è il tema di una conferenza che Jeffrey Schnapp ha tenuto il 16 dicembre 2016 all’Università di Trento, alla quale ho potuto assistere. Qui un resoconto molto parziale dell’incontro, con alcune mie riflessioni. Ringrazio Jeffrey Schnapp per avermi fornito alcuni materiali della sua presentazione.

Il modello del processo di ricerca in ambito umanistico è tradizionalmente quello che parte da un lungo lavoro di reperimento e accumulo di dati, dal loro studio e interpretazione, dalla scrittura dei risultati, dal lavoro redazionale sul testo, fino alla sua pubblicazione. Questo percorso, a volte talmente lungo che la ricerca diventa superata nel momento in cui è pubblicata, è oggi messo in crisi dalle opportunità offerte dagli strumenti digitali, che riavvicinano sempre più ambito scientifico e umanistico, e riportano la conoscenza al confluire di competenze, esperienze, linguaggi più diversi e non ad un preciso ambito definito a priori che si sviluppa secondo un processo prevedibile.

Il modello di digital humanities cui guardare oggi è quello del laboratorio: si fa, si elabora, si produce parlando (ed essendo in grado di interpretare) contemporaneamente linguaggi diversi. Più che di uno staff di ricerca che rappresenta tutte le competenze necessarie, si parla qui di un metodo, che vede nell’annullamento dei confini fra le discipline l’elemento generativo del sapere. Il libro, quindi, può essere solo uno dei nodi all’interno di un processo reticolare che è esso stesso il percorso della ricerca, che si comunica mentre si realizza, mentre si mette in relazione con altre specificità e ambiti inimmaginabili secondo il modello tradizionale di ricerca umanistica.

Il compito dell’umanistica digitale è proprio quello di ridisegnare  i percorsi in cui si sviluppano saperi, creando nuovi modelli che includano come parte essenziale del processo di ricerca anche nuove forme di comunicazione, di argomentazione, di “modelli di persuasione”.

Per fare queste cose non bastano studiosi, informatici, bibliotecari, conservatori, artisti del digitale nel senso di professionisti che lavorano in team ciascuno per la propria parte; è necessario che queste competenze attraversino  tutte le professionalità, almeno fino al punto di riuscire a parlare un linguaggio comune. Solo su questa base poi possono agire gli specialismi.

L’elemento costitutivo del processo della conoscenza in questo contesto sono naturalmente i dati. Che da soli sono o brutti o inutili, intorno ai quali ruota tutto un lavoro di critica, elaborazione che li rende meaningful or beautiful:

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Meaningful and beautiful, mi piace di più.

Non si possono separare infatti i concetti di utile e bello vedendo muoversi sullo schermo una mappa diacronica che si popola, man mano che gli anni scorrono in una colonna in basso a sinistra, di luci più o meno grandi in corrispondenza dei luoghi della storia della stampa in Europa, progetto che alle spalle ha un database di dati bibliografici.

Così come bella, bellissima (e utile, utilissima), è un’immagine che ricorda un quadro astratto: sfumature di tutti i colori che si attraversano ed estendono in aree più o meno vaste, che rappresentano una distribuzione di tutti colori presenti nelle opere  di un museo, così basta cliccare su una particolare tonalità per vedere in quali opere questa si trova. Questo grazie a un database in cui i musei buttano dentro le immagini, e poi uomini e macchine fanno il resto. Danno significato e bellezza.

Per chi si chiede quale sia il compito delle biblioteche in questi tempi in cui abbiamo (noi, biblioteche) perso, semmai l’avessimo avuta, l’esclusiva delle fonti della conoscenza, questa a mio avviso è una delle risposte: produrre dati e renderli disponibili. Forse non saremo noi a renderli utili e belli, ma questo lasciamolo fare alle persone e alle macchine che lo sanno fare (se ne parlava anche qui). Nostra è la responsabilità, oggi, di attivare processi che trasformino la conoscenza che le nostre biblioteche conservano in dati, cioè in unità costitutive del sapere in epoca digitale.

Per farne cosa? Credo non debba interessarci più di tanto. Significativa una piccola provocazione che Schnapp ha raccontato: ai bibliotecari della Library of Congress che difendevano la perfezione dei metodi di catalogazione bibliografica da loro utilizzati, egli chiede: “Ma io posso, con i vostri dati, vedere quanti libri azzurri avete?”

Dobbiamo quindi fidarci di quello che chiunque vuol farne, che sia un catalogo dei libri azzurri o un database delle occorrenze di un corpus di testi medievali o una nuova trascrizione filologica di un manoscritto o una mappa tematica di un determinato argomento, o altro.

Tanto, insiste Schnapp, nessuno potrà danneggiarli. I dati resteranno integri, qualunque sia l’uso che se ne faccia.

Sarà questa la nuova identità delle biblioteche, sono questi gli scenari futuri? Mi aspettavo che, alla domanda sul ruolo delle biblioteche in questi nuovi processi della conoscenza, Schnapp proponesse concezioni ultra-innovative di biblioteche come laboratori di produzione ed elaborazione di conoscenze digitali, e lui ha risposto invece parlando delle antiche biblioteche di Pergamo e Alessandria, che erano ecosistemi della conoscenza: luoghi di conservazione dei documenti, in cui operavano filologi e studiosi che interpretavano e trascrivevano le opere, in cui esisteva una sala che ospitava il confronto e il dialogo e dove si tenevano lezioni. Conservazione, elaborazione, circolazione del sapere avvenivano in un unico processo.

L’epoca digitale ripropone questo processo, che non deve però isolarsi nel solo contesto digitale anzi: oggi come allora sono fondamentali gli spazi fisici, luoghi dove far interagire le persone intorno alle risorse della conoscenza.

Fino ad ipotizzare proposte audaci per le biblioteche pubbliche locali: collezioni mobili e collocazioni temporanee, che forniscano alle persone tutti gli elementi di conoscenza per la discussione e l’elaborazione partecipata di determinati problemi molto sentiti dalla comunità. Una proposta alternativa al modello di biblioteca pubblica universalistica che varrebbe la pena di sperimentare.

La funzione decorativa della lettura

Ho cominciato a lavorare come bibliotecaria vent’anni fa.
Era giusto il mese di aprile, e dal primo giorno fui assegnata a due specifiche mansioni: la sezione ragazzi al mattino (come era naturale, essendo io una donna, e quindi portatrice di innata vocazione per i bambini; i bibliotecari maschi e il direttore erano al piano di sotto ad occuparsi di faccende più virili, il pubblico adulto e l’acquisto di libri); il pomeriggio mi spostavo in un punto di prestito di una frazione vicina: una stanza quadrata al piano terra, sotto la scuola elementare, con otto scaffali e quattro tavoli.
In quella biblioteca, aperta dalle 14.00 alle 18.00 tutti i pomeriggi, venivano 15 utenti a giorni alterni, tutti insieme, e ci restavano per quindici minuti: i bambini della scuola elementare durante la ricreazione. Per il resto del tempo l’unica frequentatrice della biblioteca era l’anziana bidella della scuola, una donna grigia i cui occhi spenti assumevano tristemente vita solo nei momenti in cui piangeva, perché, mi spiegava, “aveva la depressione”, e non c’era niente da fare.

Devo dire che, oltre alla ricchezza di quel contatto umano, e nonostante il contesto in cui ero arrivata, ho imparato molto in quei primi due anni: al mattino lavoravo con una bibliotecaria straordinaria, che ha saputo trasformare la sua condizione di bibliotecaria dei bambini “in quanto donna” in un’altissima competenza, di cui ora possono beneficiare bambini, insegnanti, genitori e bibliotecari che hanno la fortuna di frequentare i suoi corsi; il pomeriggio fantasticavo, in quella biblioteca piccola e inadeguata, pensando per differenza a cosa avrei fatto se avessi potuto: e pensavo in grande, come i bambini che da grandi vogliono fare il supereroe. Io non ponevo limiti all’immaginazione bibliotecaria mentre scalpitavo per diventare grande in fretta e togliermi di dosso la condizione di giovane e inesperta.

Qualche anno dopo lavoravo in una nuova biblioteca, e lì ho potuto sperimentare quell’autonomia che andavo cercando. Era la fine degli anni ’90, primi 2000, e biblioteche come Salaborsa a Bologna, San Giovanni a Pesaro, San Giorgio a Pistoia, rappresentavano l’innovazione in Italia, il modello cui molti bibliotecari pubblici si ispiravano, che aveva dato slancio ed entusiasmo e molto da lavorare, in termini di creatività e sperimentazione, ai bibliotecari che andavano a visitarle e tornavano un po’ felici (di vedere cosa si può fare) e un po’ frustrati, perché, soprattutto per le bellissime architetture, erano modelli ancora lontani dalla realtà della maggior parte delle biblioteche in cui si lavorava. Entrare in biblioteca doveva essere un’esperienza bella per l’utente, piacevole, facile. L’utente doveva essere talmente soddisfatto degli spazi, dei servizi, dei libri, da volerci tornare.

Poi, non si sa bene come, “Leggere è bello” divenne l’imperativo di quegli anni, e abbiamo fatto sforzi in ogni direzione per dimostrarlo. La creazione di occasioni sociali come le maratone di lettura, per esempio, le campagne nazionali per il piacere di leggere, poi i gruppi di lettura per socializzare e condividere la gioia che la lettura doveva dare. E poi le “biblioteche fuori di sé”: portavamo i libri dal barbiere, in piscina e in salumeria, perché i libri dovevano essere dappertutto, perché nessuno poteva sfuggire al piacere della lettura e il nostro compito era quello di creare occasioni di incontro con i libri.
Eravamo bibliotecari militanti, e avevamo una visione ingenua e grandiosa del nostro lavoro.

Nel frattempo venivano istituiti per legge gli Uffici Relazioni con il Pubblico, e non solo non ci stupivamo che le amministrazioni non chiedessero a noi di lavorare con l’informazione e i cittadini, ma probabilmente, se ce lo avessero chiesto, ci saremmo offesi di vedere contaminata la nostra quotidiana celebrazione del libro con servizi che non avevano a che fare con la lettura.
Non ci siamo accorti così di lavorare giorno per giorno per una nicchia di utenti, e per un’esigenza che sempre di più nel corso degli anni si sarebbe rivelata un lusso, e non una necessità per il pubblico.

Quale è stato il momento in cui abbiamo deciso che dovevamo lavorare per disseminare il piacere della lettura, invece che per fornire, o quantomeno facilitare l’accesso alla conoscenza per i cittadini? Quando abbiamo stabilito che bastava che a una persona fossero spalancate le porte del piacere per la lettura, per farne un cittadino consapevole, informato, socialmente e culturalmente emancipato? Come abbiamo potuto pensare che bastasse leggere, per essere una persona migliore e che il nostro compito fosse creare una società di “persone migliori”?
Eppure è andata così, abbiamo investito in risorse, professionalità, documenti, per promuovere il piacere della lettura e lavoriamo, oggi, con la minima percentuale di utenti che ama leggere, che sono gli stessi di allora forse, e i pochi bambini che, cresciuti, hanno mantenuto questa abitudine.

La conseguenza più grave di tutto questo è, secondo me, nella visione che noi stessi abbiamo contribuito a creare sia nei cittadini non lettori, che negli amministratori. Cioè che le biblioteche sono affare per chi legge, escludendo di conseguenza chi non ha voglia, tempo, passione per la lettura, e quelli che, pur avendoli, preferiscono comprare libri e non frequentare comunque la biblioteca.

In tempi di tagli di risorse, dunque, succede che non appare strano e anzi, viene considerato un atto di amministrazione coraggiosa e innovativa, inaugurare biblioteche nuove, composte da libri donati da cittadini ed editori (basta che siano libri, e vanno bene) e gestite da volontari: il piacere della lettura non richiede infatti particolari professionalità, anzi forse si diffonde più facilmente grazie all’entusiasmo e alla gratuità con cui si spendono i volontari (lo dico senza alcuna ironia).
Così come viene salutato come atto di attenzione alle esigenze di servizi bibliotecari  disseminare il territorio di Little Free Libraries, come servizio sostitutivo.
Così come vengono considerate campagne di sostegno alle biblioteche quelle che invitano a “donare un libro alla biblioteca”: li regalano i cittadini, basta che siano libri, non serve destinare risorse pubbliche per questo scopo.

La scorsa estate passeggiavo su un affollato Lungotevere con un’amica, di sera. Era pieno di vita, di giovani, di profumi di cibo buono, di bancarelle e bellissimi locali per aperitivi o cenette. In quasi tutti questi locali all’aperto era presente uno scaffale di libri: intorno ai divanetti, sulle pareti laterali, in grandi cestoni. Naturalmente nessuno leggeva, e ci mancherebbe, con tutta quella bellezza e quella vita intorno.
E allora ho pensato che quella funzione decorativa dei libri, forse un po’ l’abbiamo alimentata anche noi bibliotecari degli anni duemila, spendendo troppe energie e risorse in servizi in qualche modo decorativi e trascurando invece una funzione di cui c’è sempre un più disperato bisogno: fornire risorse informative di qualità, lavorare per rimuovere ogni ostacolo fra i cittadini e le informazioni, mettere a disposizione strumenti di interpretazione della contemporaneità, per combattere la semplificazione e l’appiattimento di fronte alla complessità delle dinamiche sociali in cui viviamo.

Tutto questo oggi è considerato in termini di sfida e innovazione, ma era questa ed è sempre stata questa la missione delle biblioteche pubbliche. Solo che a un certo punto ci siamo ubriacati di piacere per la lettura e ce ne siamo dimenticati.

Dove non si parla di libri

I protagonisti di questa storia sono: una biblioteca pubblica, un social network, un cittadino della ex­-Jugoslavia, un centinaio, o forse più, di sconosciuti che hanno scritto una voce su Wikipedia.

La storia è molto breve. La biblioteca decide di mettere in mostra dei libri di narrativa di autori dell’area balcanica; espone anche delle mappe che rappresentano le diverse fasi di costituzione del territorio della ex­-Jugoslavia negli ultimi 25 anni. La foto delle mappe è pubblicata sulla pagina Facebook della biblioteca, insieme a un breve testo che promuove l’iniziativa.

Il post su Facebook viene commentato con toni piuttosto accesi da una persona che protesta perché, nell’ultima mappa, il territorio della Bosnia-Erzegovina non rappresenta il vero ordinamento di quello Stato. La questione è delicata, perché c’è stata una guerra in cui qualcuno ha combattuto e subito sofferenze prima di arrivare all’attuale ordinamento, e chi scrive fa notare come egli stesso e il suo popolo siano stati coinvolti. Si capisce che non si tratta di una mera disquisizione storico-politica, ma che ci sono ferite ancora brucianti che lo spingono ad intervenire.

La bibliotecaria controlla la pagina di Wikipedia sulla Bosnia-Erzegovina, verifica che la voce sia attendibile confrontandola con la voce analoga della Wikipedia in inglese, controlla la cronologia della voce italiana, per capire quante persone ci hanno lavorato: sono moltissime, oltre un centinaio. Controlla la pagina di discussione di quella voce: almeno una ventina di persone si sono confrontate sui contenuti, sulle fonti, sulla correttezza della terminologia e della toponomastica. C’è stata ricerca, discussione, consenso.  E tutto conferma che la segnalazione dell’utente era corretta.

Accertato questo, la bibliotecaria rettifica l’informazione su Facebook, segnalando l’errore nell’ultima mappa e la voce di Wikipedia per i dettagli; la persona che aveva protestato conferma con un “like” e la storia finisce qui.

Questa storia parla di biblioteche, di correttezza delle informazioni, di verifica delle fonti. Ma non parla di libri, di autori, di esperti. Non è uno studioso di geopolitica che ha segnalato l’errore alla biblioteca, è una persona che ha vissuto una guerra. Non è stato il saggio sulla storia recente della ex­-Jugoslavia a fornire le informazioni corrette, né il parere di un professore universitario. Sono state un centinaio di persone, che hanno verificato fonti, discusso, chiesto pareri, risposto a dubbi, fino a costruire una voce corretta e condivisa dentro Wikipedia.

Certo, le fonti primarie sono i libri e gli studi e i documenti, ma non bastano solo quelli. Sono le persone a produrre e tenere viva la conoscenza, e questa cresce e si diffonde solo attraverso relazioni virtuose fra i saperi di tutti: dello studioso, dell’immigrato, degli sconosciuti che hanno scritto Wikipedia. Nessuno degli interlocutori di questa storia conosce gli altri protagonisti, ma ciascuno ha partecipato per costruirla. E tutto è avvenuto con strumenti, modalità, dinamiche che non avrebbero mai potuto verificarsi in contesti diversi da quello digitale.

Il primo post di questo blog toccava il tema delle biblioteche digitali partecipative, nell’ambito di un dibattito in corso in quei giorni fra i bibliotecari: qualcuno, sorridendo, diceva che dovevamo interrogarci se queste esistessero o meno, e cosa fossero, o per lo meno come declinarle nella nostra realtà lavorativa.

Ecco, quello che è successo su Facebook giorni fa credo che sia un buon esempio di biblioteca digitale partecipativa. Non serve che ci sia un’insegna sulla porta o un banner su un sito o un progetto strutturato che la qualifichi come tale: una biblioteca è digitale e partecipativa quando succedono cose come questa, anche se l’istituzione in cui ciò avviene ha oltre 150 anni di storia.

La biblioteca è un organismo che cresce.

La biblioteca è un organismo che cresce e sa trasformarsi anche intorno a un particolare contesto che lo richiede: le informazioni sono ovunque, chiunque può rettificarle, contestarle, arricchirle, chiunque può portare un pezzo di sapere; questo diventa fertile solo se si genera una relazione, solo se si confronta con altri saperi. Si può rendere prontamente disponibile ogni genere di informazione e conoscenza attraverso strumenti come un post di Facebook, una critica di uno sconosciuto, la fiducia nel lavoro di una comunità che si è creata intorno ad una voce enciclopedica. Tutti elementi estranei alla pratica lavorativa di molti bibliotecari (e certamente di tutti, fino a pochi anni fa), ma che oggi permettono alle nostre biblioteche di crescere, continuando a fare quello che hanno sempre fatto.

Entra, non ti verrà chiesto nulla

Ha un’età indefinibile, fra i 40 e i 55 anni. Indossa un paio di giacche pesanti, una sull’altra, anche oggi che sono 24 gradi e si gira in camicia, e porta uno zaino voluminoso sulle spalle. Vive in biblioteca da qualche mese, entra al mattino e va via la sera, in chiusura. Si sposta dall’emeroteca al corridoio, al giardino nelle belle giornate. La domenica, quando la biblioteca è chiusa, non va molto lontano, nel parco vicino o sulla strada pedonale appena fuori.

Lo incontro alla macchinetta del caffè. Mi chiede, un po’ esitante, se ho qualche monetina. Vedo che gli mancano quasi tutti i denti davanti. Ho un euro in mano, glielo porgo. Lo prende lentamente, lo guarda e si trasforma. Si illumina di un grande sorriso, e come un bambino esulta, ma con un filo di voce: “Wow!!! Un euroooo!!! Grazie!!!” Gli sorrido e vedo che cerca di dirmi altro, ma non riesce, fa fatica. Sento odore di alcool, penso sia per quello. Mi fa segno con la mano di aspettare, mentre cerca di articolare i suoni e le parole. Io aspetto, lo guardo, lui si mette una mano al centro della gola, come per scortare fuori le parole e dice, con fatica, lentamente: “Non riesco a parlare bene, sono stato operato, guarda”. Sul collo ha una lunga cicatrice, da un orecchio all’altro. La conosco. Mi dice ancora: “Aspetta, guarda” e si tira su la manica del braccio destro. So quello che vedrò. Un’altra cicatrice, lungo la parte interna dell’avambraccio, che si biforca poco prima del polso. “Lo so che cos’è”, gli dico.

Tumore al cavo orale. Operano tagliando sotto la gola e risalendo verso le parti malate. Ricostruiscono poi le parti rimosse sostituendole con parti di tessuto vascolarizzato, che asportano dal braccio. Così quel pezzo di corpo può riprendere, come può, le sue funzioni.

Mi racconta con fatica e ostinazione, facendomi segno con la mano di aspettare, quando non riesce, di essere stato operato quasi un anno fa, dopo tre anni di quello che lui credeva un mal di denti che non passava mai, e quando non ce l’ha più fatta e qualcuno l’ha portato al pronto soccorso, l’hanno ricoverato subito. Gli dico che si esprime in modo molto chiaro, e che deve parlare il più possibile per migliorare l’articolazione delle parole, che è una questione di muscoli e allenamento. Gli chiedo se riesce a mangiare. So che per mesi e mesi, anni, dopo, si riesce a ingerire solo cibi liquidi o cremosi. Mi dice “Minestre e minestroni!”. Anche quello migliorerà, gli dico.

Ha negli occhi una luce brillante, mi sorride, mi fa cenno con la mano di aspettare, deglutisce, si concentra e mi racconta. Di una sua amica dottoressa, che ha scoperto che era una dottoressa solo dopo che si era ammalato. Alcuni dettagli dell’operazione. La radioterapia. E’ la seconda volta che sopravvive, dice. La prima era caduto e aveva battuto la testa, e per quindici giorni era rimasto in coma. “E ora anche questo, è la seconda volta che rivivo”. Lo dice sorridendo, anche un po’ spavaldo,  con forza. E subito dopo gli occhi gli si riempiono di lacrime. E continua a sorridere, sfrontato, sdentato. “Ce la faccio, sai. Ora sto mettendo insieme le carte perché mi riconoscano un po’ di invalidità, magari prendo qualche aiuto”. “Speriamo bene allora!” gli dico mentre ci salutiamo. E lui: “No, non bisogna sperare. Bisogna crederci!”

Il degrado in biblioteca. Due mesi fa i giornali locali non parlavano d’altro. Uno studente aveva scritto una lettera al giornale lamentando la profanazione del tempio della cultura ad opera di senzatetto e vagabondi che la frequentano. La lettera fu pubblicata in prima pagina. Da quel momento tutti avevano qualcosa da dire sul degrado in biblioteca. Addirittura chi non ci era mai entrato scriveva per lamentare il degrado che non aveva mai visto. Diceva di non sentirsi sicuro. Altri dicevano che non sta bene, entrare in biblioteca e vedere tanti di loro seduti sulle poltrone tutto il giorno. Che occupavano posti che non gli spettavano, togliendoli a chi ne aveva bisogno. Anche quando la metà delle poltrone erano libere, loro comunque stavano togliendo dei posti a chi ne ha bisogno per studiare. Perché guai a mescolarsi.

Io non so quante occasioni ha avuto la persona con cui ho parlato oggi di raccontare a qualcuno della sua malattia. Una malattia tremenda, dolorosa, che lascia mutilati. Un’operazione i cui tempi di ripresa sono lentissimi, a volte durano mesi, anni. Un male che ti lascia dentro la paura più tremenda anche quando sembri guarito. Quell’uomo aveva una voglia incredibile di raccontare la sua battaglia vinta, la sua voglia di vivere, la sua fiducia, la forza che non è mai venuta meno anche nei momenti peggiori, ne sono certa dalla luce brillante che emanava il suo sguardo, dal suo sorriso sicuro.

Non so in quale altro luogo, se non davanti alla macchinetta del caffè dentro una biblioteca, sia possibile l’incontro fra due mondi, fuori così distanti. Non so dove altro sia possibile intrecciare un dialogo casuale fra chi sta, per forza o per necessità, ai limiti esterni della società e chi vive nell’agio dentro il suo cuore più caldo, nella “comfort zone” di una casa, un lavoro, vestiti puliti e cure mediche sempre disponibili. Non in altri luoghi pubblici, tutti aperti a categorie ben precise: consumatori, clienti, utenti di uffici pubblici. Luoghi a cui si appartiene temporaneamente in base al ruolo o funzione che si svolge in quel momento. Non per strada, o nelle piazze, perché ci sono le strade e le piazze malfrequentate, per loro, e quelle belle ripulite, per noi. E se uno di loro viene nella nostra piazza, non si sogna certo di venire a raccontarci la sua storia, né noi di metterci ad ascoltarla.

Va sotto il nome di degrado, ma questa per me è la ricchezza della biblioteca pubblica. Che è un posto vivo, che funziona, quando riesce a contenere in sé tutti i pezzi della società che sta fuori dalle sue mura, con tutte le sue complessità, con tutte le sue contraddizioni.

E’ il luogo delle storie, la biblioteca. Le storie narrate in migliaia di libri e le storie delle persone che la frequentano, e con l’atteggiamento aperto e fiducioso con cui cominciamo a leggere una storia, potremmo cominciare ad ascoltarla. Ci accorgeremmo che non sono poi tanto diverse, le nostre storie, da quelle degli altri; che le cose che ci tengono attaccati alla vita, quelle importanti, sono uguali per tutti. Che loro sono noi, un po’ più liberi forse, e un po’ più sofferenti, e con vestiti più vecchi dei nostri.

Poi oggi ho letto questo. Racconta di una titolare di un fast food che, avendo notato che qualcuno, dopo la chiusura, rovistava nelle immondizie per cercare qualcosa da mangiare, ha messo un cartello sulla vetrata del locale, invitando quella persona a venire di giorno e a mangiare un buon pasto, gratis.  “No questions asked”, sono le ultime parole dell’avviso.

Ecco, questo vorrei che fosse scritto sulle porte di tutte le biblioteche: “Entra, chiunque tu sia. Non ti verrà chiesto nulla”.