Wikipedia, un posto per bibliotecari

Tutto quello che i bibliotecari potrebbero fare per fornire un reale, ampio accesso alla conoscenza nei nostri tempi è ottimamente spiegato qui, e consiglio di leggere tutto il post di Virginia Gentilini prima di proseguire con la lettura di questo. Io posso solo aggiungere una riflessione.

Non è passato tantissimo tempo da quando la riproduzione di pagine di enciclopedie su richiesta dei nostri utenti occupava un discreto tempo lavorativo della nostra attività di bibliotecari. Da quando ci toccava comprare un volumone di aggiornamento che costava quanto tre mesi di servizio novità, o da quando la scelta di acquistare un’intera enciclopedia cartacea era per una biblioteca un serio investimento economico che incideva notevolmente nel budget annuale per l’acquisto dei libri – quindi doveva essere una scelta meditata, curata, analizzata nei dettagli (ricordo una lunga discussione con alcuni colleghi per l’acquisto di volumi le cui pagine erano di una dimensione che non permetteva la riproduzione nei formati standard previsti dalle fotocopiatrici).

Ora non compriamo più le enciclopedie, facciamo pochissime fotocopie di quelle che abbiamo in sede chiedendoci a ogni revisione se è giunto il momento di scartarle; continuiamo a salvarle, in molti casi, perché la voce sulla Prima Guerra Mondiale o su Giacomo Leopardi può avere senso anche senza aggiornamenti: Leopardi e la Prima Guerra Mondiale in fondo restano sempre quelli – quell’enciclopedia non ci dirà però di tutti i documenti, immagini, testimonianze che Europeana raccoglie sulla Prima Guerra Mondiale; né ci farà sfogliare un’edizione dei versi di Leopardi pubblicata mentre l’autore era ancora in vita.

Spetta a noi, al nostro ruolo di mediatori dell’informazione, di facilitatori della conoscenza, raccontare dell’esistenza di queste risorse a chi non le sa cercare, a chi non conosce la loro esistenza, a chi si ferma al primo risultato di Google non badando al fatto che sia o meno sponsorizzato.

Ma c’è un problema: i nostri utenti non vengono più da noi, vanno su Wikipedia.

Wikipedia è generalmente indicato come il sesto sito più consultato al mondo. Fronteggia quasi alla pari mostri come Google e Facebook. […] Se ci interessano gli utenti, ci interessano Wikipedia e il fatto che sia un’enciclopedia di qualità. La maggioranza dei nostri utenti non utilizzerà altra risorsa di reference per il resto della sua vita.

Scrive Virginia Gentilini. 

Se i nostri utenti non vengono da noi, ma vanno su Wikipedia, allora su Wikipedia dobbiamo andarci anche noi. Fa parte del nostro lavoro, della nostra missione. Non basta frequentare un corso di aggiornamento sulle risorse informative in rete e sapere che esiste: Wikipedia deve essere anche la “nostra” biblioteca, il posto in cui esercitiamo attivamente la nostra professione.

La cura con cui sceglievamo le enciclopedie cartacee, ora dovremmo usarla nel verificare le voci di Wikipedia, e nell’arricchirle non solo di contenuti, ma anche e soprattutto di fonti. Le fonti sono in biblioteca, intorno a noi. Sono i libri che abbiamo acquistato, le collezioni di periodici che conserviamo, le risorse di qualità che il nostro approccio consapevole e informato alla rete Internet ci permette di conoscere. Le troviamo a occhi chiusi, se vogliamo. È il nostro lavoro.

Pensiamo inoltre a quante fonti preziose, a volte uniche, sulla cultura del nostro territorio, conserviamo nelle nostre biblioteche che potremmo mettere a disposizione di un pubblico più ampio: dello studioso che vive dall’altra parte del mondo, per esempio, che verrebbe così a sapere dell’esistenza di documenti altrimenti impossibili da conoscere.

La prossima volta che cercando su Wikipedia ci scandalizzeremo della povertà o inaffidabilità di una voce, rimpiangendo i tempi non lontanissimi in cui il sapere era rinchiuso dentro testi autorevoli, alziamoci, andiamo in sala o nei depositi e cerchiamo un testo “autorevole”. Poi torniamo su Wikipedia, clicchiamo su “modifica” e aggiorniamo la voce.

E c’è un motivo in più per farlo subito, a partire da questa settimana: ecco perché e come fare: #1Lib1Ref.

 

Dove non si parla di libri

I protagonisti di questa storia sono: una biblioteca pubblica, un social network, un cittadino della ex­-Jugoslavia, un centinaio, o forse più, di sconosciuti che hanno scritto una voce su Wikipedia.

La storia è molto breve. La biblioteca decide di mettere in mostra dei libri di narrativa di autori dell’area balcanica; espone anche delle mappe che rappresentano le diverse fasi di costituzione del territorio della ex­-Jugoslavia negli ultimi 25 anni. La foto delle mappe è pubblicata sulla pagina Facebook della biblioteca, insieme a un breve testo che promuove l’iniziativa.

Il post su Facebook viene commentato con toni piuttosto accesi da una persona che protesta perché, nell’ultima mappa, il territorio della Bosnia-Erzegovina non rappresenta il vero ordinamento di quello Stato. La questione è delicata, perché c’è stata una guerra in cui qualcuno ha combattuto e subito sofferenze prima di arrivare all’attuale ordinamento, e chi scrive fa notare come egli stesso e il suo popolo siano stati coinvolti. Si capisce che non si tratta di una mera disquisizione storico-politica, ma che ci sono ferite ancora brucianti che lo spingono ad intervenire.

La bibliotecaria controlla la pagina di Wikipedia sulla Bosnia-Erzegovina, verifica che la voce sia attendibile confrontandola con la voce analoga della Wikipedia in inglese, controlla la cronologia della voce italiana, per capire quante persone ci hanno lavorato: sono moltissime, oltre un centinaio. Controlla la pagina di discussione di quella voce: almeno una ventina di persone si sono confrontate sui contenuti, sulle fonti, sulla correttezza della terminologia e della toponomastica. C’è stata ricerca, discussione, consenso.  E tutto conferma che la segnalazione dell’utente era corretta.

Accertato questo, la bibliotecaria rettifica l’informazione su Facebook, segnalando l’errore nell’ultima mappa e la voce di Wikipedia per i dettagli; la persona che aveva protestato conferma con un “like” e la storia finisce qui.

Questa storia parla di biblioteche, di correttezza delle informazioni, di verifica delle fonti. Ma non parla di libri, di autori, di esperti. Non è uno studioso di geopolitica che ha segnalato l’errore alla biblioteca, è una persona che ha vissuto una guerra. Non è stato il saggio sulla storia recente della ex­-Jugoslavia a fornire le informazioni corrette, né il parere di un professore universitario. Sono state un centinaio di persone, che hanno verificato fonti, discusso, chiesto pareri, risposto a dubbi, fino a costruire una voce corretta e condivisa dentro Wikipedia.

Certo, le fonti primarie sono i libri e gli studi e i documenti, ma non bastano solo quelli. Sono le persone a produrre e tenere viva la conoscenza, e questa cresce e si diffonde solo attraverso relazioni virtuose fra i saperi di tutti: dello studioso, dell’immigrato, degli sconosciuti che hanno scritto Wikipedia. Nessuno degli interlocutori di questa storia conosce gli altri protagonisti, ma ciascuno ha partecipato per costruirla. E tutto è avvenuto con strumenti, modalità, dinamiche che non avrebbero mai potuto verificarsi in contesti diversi da quello digitale.

Il primo post di questo blog toccava il tema delle biblioteche digitali partecipative, nell’ambito di un dibattito in corso in quei giorni fra i bibliotecari: qualcuno, sorridendo, diceva che dovevamo interrogarci se queste esistessero o meno, e cosa fossero, o per lo meno come declinarle nella nostra realtà lavorativa.

Ecco, quello che è successo su Facebook giorni fa credo che sia un buon esempio di biblioteca digitale partecipativa. Non serve che ci sia un’insegna sulla porta o un banner su un sito o un progetto strutturato che la qualifichi come tale: una biblioteca è digitale e partecipativa quando succedono cose come questa, anche se l’istituzione in cui ciò avviene ha oltre 150 anni di storia.

La biblioteca è un organismo che cresce.

La biblioteca è un organismo che cresce e sa trasformarsi anche intorno a un particolare contesto che lo richiede: le informazioni sono ovunque, chiunque può rettificarle, contestarle, arricchirle, chiunque può portare un pezzo di sapere; questo diventa fertile solo se si genera una relazione, solo se si confronta con altri saperi. Si può rendere prontamente disponibile ogni genere di informazione e conoscenza attraverso strumenti come un post di Facebook, una critica di uno sconosciuto, la fiducia nel lavoro di una comunità che si è creata intorno ad una voce enciclopedica. Tutti elementi estranei alla pratica lavorativa di molti bibliotecari (e certamente di tutti, fino a pochi anni fa), ma che oggi permettono alle nostre biblioteche di crescere, continuando a fare quello che hanno sempre fatto.