Come ho imparato che cos’è il parelio

Qualche tempo fa la biblioteca pubblicò un post sulla propria pagina Facebook per segnalare la digitalizzazione di un’opera molto rara, che descrive un “prodigio” avvenuto nel 1536: la comparsa di tre soli nel cielo.
Indubbio è il fascino dei libri antichi; ma questo documento, proprio per il tema trattato, mi aveva particolarmente incuriosita, e così sono andata a leggere il racconto di questo straordinario evento, premonitore, secondo l’autore del testo, delle più spaventose sciagure:

questi accidentali soli che circondano il nostro sol natural evidentissAnonimo - El gran prodigio di tre soli, Zanelli, Roma, 1536imamente dimostrano la eversione de cita e lochi, il revolgimento de stati e Signorie, le grandi e sanguinose battaglie, la noiosa e grave destruzione de reami, gli ivvisitati e perigliosi terremoti, la plurazion di pestilenzia crudele: lo importabile carico de la Carestia de tutte le cose: le subitanee e improvise morte e finalmente le regedi e aspri castigamenti, le molte angoscie e tribulazione che generalmente patirà la sconsolata e afflitta cristianità di che sarà primiera cagione la Luterana setta e pagani la qual con la lascivia e falsa sua legge ingegnorassi de sottomettere il natural sole cioè il popolo cristiano observator della evangelica legge.

La cosa sembrava finita lì, per me, con la lettura di questo curioso testo.

Qualche tempo dopo vedo comparire proprio questo documento su Wikisource, che è una biblioteca digitale di testi in pubblico dominio o con licenza libera, basata sul principio collaborativo di tutti i progetti wiki (per es. Wikipedia). Era successo che un contributor di Wikisource aveva intercettato, forse attraverso il post di Facebook, quest’opera e aveva deciso non solo di renderla disponibile, ma anche di proporne una trascrizione secondo il metodo del filologo digitale, creando dunque due versioni dell’opera, una diplomatica e una critica; cosa che ha permesso a me, che filologa non sono mai stata, di leggerne agevolmente il testo e, tra l’altro, di poterlo riproporre in questo post.

La storia potrebbe finire qui, e basterebbe questo per dire quanta nuova e imprevedibile vita si può donare ai documenti antichi delle biblioteche, digitalizzandoli e mettendoli a disposizione liberamente per il riuso, non solo da parte degli studiosi o addetti ai lavori.

Ma vorrei proseguire con il racconto. Dunque avevo letto con curiosità questo testo ed ero convinta che stesse raccontando di una qualche superstizione, o di una suggestione più o meno mistica che tornava utile, a quell’epoca, esporre in chiave apocalittica per contrastare la diffusione della dottrina luterana.

Oltre che di filologia, io sono poco esperta di moltissime altre cose, fra cui certi fenomeni atmosferici. Proprio all’inizio del testo trascritto, durante la lettura, mi sono accorta di un link alle parole “de tre soli”.

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Ho cliccato per curiosità sul link e mi sono ritrovata alla voce di Wikipedia Parelio, scoprendo così che più che a un prodigio, la presenza di tre soli in cielo era dovuta a un fenomeno atmosferico tanto affascinante quanto comune: non un miracolo, dunque, ma un’incantevole manifestazione della natura.

È, tutto sommato, una piccola storia e il fatto di aver conosciuto un nuovo fenomeno atmosferico non cambierà certo le sorti del mondo, però mi sembra un piccolo caso emblematico di che cosa significa, per le biblioteche, “liberare”, cioè digitalizzare e soprattutto pubblicare online senza limiti di riuso, i documenti che conservano.

Significa, prima di tutto, rendere generativa la conoscenza rinchiusa nei libri. Un libro di quasi cinque secoli fa può insegnarmi un fenomeno atmosferico che, ai tempi in cui quel il libro fu scritto, non era conosciuto. Quante conoscenze non direttamente espresse in un testo possiamo trovare fra le sue righe? È bastato liberare un documento e accettare che altri, sconosciuti, decidessero di riutilizzarlo per avere non solo una versione arricchita di quel testo, ma anche nuove connessioni fra le conoscenze, quella espressa da un testo della prima metà del XVI secolo e il sapere scientifico di cui possiamo disporre oggi.

Noi bibliotecari abbiamo sempre lavorato avendo (o credendo di avere) ben chiaro il pubblico a cui si rivolgeva il nostro lavoro. Cercando e fornendo risposte a domande definite, e organizzando la conoscenza rinchiusa nei nostri libri perché potesse rispondere a tipologie di utenti altrettanto ben definite. Ma quanto sapere ci può raggiungere per caso, mentre non lo stiamo cercando intenzionalmente? La domanda di conoscenza non è sempre esplicita, e non è sempre formulata sotto forma di domanda. Può manifestarsi attraverso strani, intricati percorsi, che dimostrano soltanto quanto imprevedibile e inespresso possa essere il bisogno di conoscere delle persone.

Infine, dobbiamo fidarci dell’uso che verrà fatto dei documenti liberati dalle biblioteche. Della porta verso altre informazioni che si può aprire semplicemente aggiungendo un link a un testo; del ripristino di tre righe che completano una (brutta, ideologicamente aberrante) canzone, censurate dall’anonimo possessore di un libro; di un’improvvisa idea imprenditoriale ispirata ad alcune mappe storiche, che viene dall’altra parte del mondo (dove sta, chi è la nostra utenza?).

Post-conclusione: una settimana dopo avere imparato che cos’è il parelio, e con scarse speranze avevo espresso il desiderio di vederne uno, prima o poi, nella vita, ecco che mi si è manifestato un tardo pomeriggio, mentre guidavo in autostrada. Per lungo tempo, non avendo visto il sole vero, avevo pensato che fosse l’altro, il sole, ricoperto da un lieve arcobaleno. Poi ho visto l’altro sole e…

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La pasta madre della conoscenza

Sono nata e ho vissuto la mia infanzia ed adolescenza in Salento, quando il Salento non sapeva ancora di essere il Salento. Ho fatto in tempo, quindi, a vivere un contesto sociale che vedeva convivere e intrecciarsi modernità e tradizione, in cui molte dinamiche sociali erano immutate, forse da secoli.

Una di queste, forse oggi ancora viva in alcuni paesi, era la pratica di fare il pane in casa per poi portarlo a cuocere al forno del paese che, oltre a produrre il pane per la vendita, permetteva anche ai privati di cuocere il proprio. Dal momento che il pane salentino ha una conservazione molto lunga, si faceva il pane circa una volta al mese; se ne produceva parecchio per coprire il fabbisogno mensile, e insieme al pane si facevano anche altre varietà di sfornati, fra cui le friselle, oggi apprezzato street food turistico servito con condimenti che fanno inorridire diverse generazioni di miei avi.

Ingrediente indispensabile per fare il pane è il lievito, che allora nessuno chiamava “pasta madre”, ma era semplicemente “llavàtu“. Nessuno era proprietario del lievito: quando una famiglia doveva fare il pane, andava a cercarlo dalla vicina, e dopo tre o quattro porte, in qualche casa si trovava una pagnotta lievitata, che in modo del tutto naturale veniva ceduta alla famiglia panificatrice. Poi, quando il pane veniva impastato e fatte le forme da cuocere, si teneva da parte un pezzettino di quella pasta cruda, si faceva una croce sopra e si lasciava a lievitare per qualche giorno. Si formava così un nuovo llavàtu. Qualcuno del vicinato, qualche giorno dopo, avrebbe bussato a quella porta per prendere il prezioso lievito per il proprio pane, e così avrebbe continuato quella lunga catena fatta di un solo lievito itinerante, che avrebbe fatto lievitare decine e decine di forme di pane, mai uguali da famiglia a famiglia,  per tutto il quartiere.

Credo che nessuno di loro avrebbe saputo dire chi, per la prima volta, aveva creato quella pasta madre. Credo anche che nessuno di loro avrebbe saputo farla per la prima volta. Semplicemente, u llavàtu c’era, bastava chiedere in giro.

L’ingrediente primario, il più prezioso, per produrre il cibo più importante dell’uomo, il pane,  che anche simbolicamente è sinonimo e archetipo del cibo stesso, non era di proprietà di nessuno. C’era, era di tutti, ciascuno se ne prendeva cura, era una forma atavica di condivisione; nessuno lo “perdeva” mai per incuria, perché smetteva di fare il pane, perché decideva di tenerlo per sé: il lievito restava in vita, si rigenerava, perché tutti lo usavano e riusavano, perché era un bene di primaria importanza per tutti.

Si potevano produrre pane, panini, focacce, friselle, pizze e ogni altra “opera derivata”: nessuno aveva timore di donarlo, perché ce n’era sempre in giro un originale integro.

Per contribuire con la propria documentazione alle celebrazioni per il centenario della morte di Cesare Battisti, la biblioteca decide di digitalizzare le opere che il politico e geografo pubblicò in vita. Decide anche che le digitalizzazioni devono essere disponibili per il pubblico nel modo più ampio possibile, per questo usa piattaforme libere: Internet Archive e Wikisource per i testi e Wikimedia Commons per le immagini. Sono lì, chiunque può trovarle e prenderle per farne qualunque cosa.

Fino a che erano di carta, questi testi interessavano studiosi o studenti di storia e persone interessate alla figura di Cesare Battisti. Che potevano decidere di leggerli, uno per volta, fotocopiarne delle parti, consultare le immagini, citarli come fonte. Con la digitalizzazione questi testi sono stati smembrati: abbiamo il testo integro in formato immagine; grazie al lavoro della comunità di Wikisource abbiamo il formato testo modificabile a fronte (che chiunque può contribuire a migliorare); abbiamo diversi formati dei testi da leggere su diversi dispositivi (ePub, Mobi, Pdf, TXT, RTF) abbiamo le immagini e le carte geografiche fotografate una per una, come singoli oggetti digitali. Sono ancora di grande interesse per gli studiosi, ma chiunque ci può giocare come vuole, può usarli per creare nuovi prodotti dell’intelligenza e della creatività umana, può produrre nuovi strumenti e nuove fonti di conoscenza. Non più e non solo gli storici e gli studiosi, dunque, possono beneficiare di questo lavoro, ma chiunque.

Per esempio, succede che qualcuno , che non è uno storico e non è direttamente interessato alla figura di Cesare Battisti per lavoro o per interesse personale, trovi nell’opera digitalizzata di Battisti una mappa della città di Trento di un secolo fa.

Ispirato da una rappresentazione della propria città che a tratti è rimasta uguale, a tratti è radicalmente diversa a distanza di un secolo, decide di sovrapporre alla mappa antica, una odierna della città di Trento, realizzata in modo aperto e collaborativo nel progetto OpenStreetMap, per creare nuove visualizzazioni che evidenzino tutto quello che è cambiato, e tutto quello che è rimasto uguale, nella città di Trento a distanza di un secolo. trento1915_mask

Tutto il percorso, e i risultati di questo lavoro, che mi sembra bellissimo, sono ben raccontati e descritti qui.

Un’opera scritta un secolo fa che, solo per il fatto di essere ora disponibile liberamente in formato digitale, rigenera se stessa e genera nuova conoscenza, mi sembra che possa rappresentare un efficace invito per le biblioteche a non temere di “liberare” i testi in pubblico dominio che conservano: questi, e le loro digitalizzazioni, resteranno integri e correranno solo due rischi che vale la pena di correre: una maggiore diffusione di questi documenti e la possibilità di vedere nascere nuove opere di ingegno e creatività a partire da quelle liberate.

Il bello del pubblico dominio è proprio questo: custodite nelle biblioteche fisiche le opere di carta, le versioni digitali sono sono lì a disposizione di tutti, non bisogna chiedere il permesso a nessuno per digitalizzarle e diffonderle; sono beni che solo con il libero riuso diventano generativi, proprio come quel pezzo di lievito curato e condiviso da tutti, che ciascuno poteva riutilizzare per creare il pane delle forme e ricette più varie.

Anche la conoscenza ha senso se mantenuta viva, se qualcuno se ne prende cura non tenendola chiusa nell’armadio per distribuirla a richiesta, magari dietro compilazione di uno o più moduli, ma lasciando che, come un eterno lievito, possa circolare e venga rigenerata dal libero riuso di chiunque.

Se ha funzionato con il pane, bene di prima necessità, e per secoli, perché allora non dovrebbe funzionare con la conoscenza?