Poveri che rivendicano biblioteche

È uscita una bella intervista a Tommaso Paiano, bibliotecario nelle Marche, che parla di  molti temi interessanti, alcuni dei quali neanche toccati, oppure appena sfiorati dal dibattito professionale (e non) sulle biblioteche.

Parla, e molto, dell’aberrazione del precariato in ambito culturale; parla delle biblioteche che sono fatte di relazioni, prima che di libri; che sono motore di emancipazione e riscatto sociale delle persone; e a un certo punto parla di quanto poco importi, alle amministrazioni e – lo sento dire, scrivere per la prima volta – ai cittadini stessi, delle biblioteche. Tutti dicono che le biblioteche sono una buona cosa, ma quanto poco viene dato, e quanto poco viene richiesto, in termini di finalità e di progettualità, alle biblioteche?

Ma c’è un punto che ho riletto più volte, mi ha fatto pensare e mi ha spinta a scrivere questo post:

La vulgata è: siccome l’Italia è un paese di analfabeti funzionali i servizi culturali servono a rimettere dritta la barra, perché sennò l’ignoranza fa diventare la gente delle bestie.  […] Al momento, quindi, la discussione più interessante che c’è è quella che affronta l’analfabetismo funzionale, condotta in sostanza da “benestanti” che si occupano un po’ paternalisticamente dei poveri, ma non ci sono poveri che con il coltello tra i denti rivendicano biblioteche e servizi per cacciarsi fuori dai guai.

La rapidità e i meccanismi sociali per cui stiamo diventando delle bestie sono sotto gli occhi di tutti (coloro che vogliano vedere). E sono piuttosto scoraggiata rispetto a quanto possano incidere le biblioteche italiane per contrastare questa realtà. Intanto, perché sia i servizi delle biblioteche pubbliche, sia l’utilizzo che ne fanno gli utenti, privilegiano l’intrattenimento, più che informazione: il 25/30% circa dei prestiti delle biblioteche pubbliche sono DVD, cioè film; non ho trovato dati precisi, ma a spanne un altro 25-30% riguarda opere di narrativa. Poi, per quanto grandi siano i nostri sforzi, noi comunque arriviamo a chi probabilmente ha già gli strumenti per cavarsela: le persone consapevoli dei propri bisogni informativi, culturali, di svago che già frequentano le biblioteche. Le strategie con cui finora abbiamo cercato di avvicinare nuovi utenti non hanno funzionato più di tanto: la percentuale di popolazione che le frequenta resta invariata nel tempo e presenta oggi preoccupanti segni di diminuzione.

Chi più direttamente si è impegnato sul contrasto all’analfabetismo funzionale difficilmente è riuscito a creare impatto: l’incontro sulle fake news, il corso sugli strumenti per reperire informazioni corrette in rete, il laboratorio di Information Literacy, la mostra bibliografica sul tema d’attualità, sono tutte cose lodevolissime, su cui bisogna continuare a insistere, ma hanno un limite: difficilmente arrivano a chi ne ha bisogno. O almeno, difficilmente arrivano a chi ne ha un bisogno disperato. Perché se la società, la politica, le dinamiche dei social non salvano, ma anzi spingono sempre più nell’ignoranza chi non ha o non vuole usare gli strumenti per formare, esercitare e accrescere il proprio senso critico, se non ce la fa la scuola, sarà difficile che la biblioteca possa essere più incisiva.

Solo su un punto dell’intervista a Paiano non sono d’accordo, per niente:

“non ci sono poveri che con il coltello tra i denti rivendicano biblioteche e servizi per cacciarsi fuori dai guai”.

Non è vero. Non hanno il coltello fra i denti, perché la maggior parte di loro sono persone miti e cercano invisibilità, ma i poveri che rivendicano biblioteche e servizi per cacciarsi fuori dai guai ci sono, io li vedo ogni giorno. Non bisogna neanche andare a cercarli fuori, perché le biblioteche le frequentano. Li chiamiamo “utenti impropri”, oppure “quelli che non fanno niente”. Sono quelli con i quali difficilmente si attivano relazioni, anche se quello del bibliotecario è un lavoro di relazione. Sono quelli che non rientrano nella progettazione dei servizi, perché sono visti come soggetti che non appartengono all’attività della biblioteca. Sono quelli di cui non si rilevano i bisogni, perché per molti dovrebbero stare fuori dalla biblioteca.

Sono quelli che appena arrivano nella nostra città cercano la biblioteca. Perché qui ci sono i computer collegati a internet, c’è una rete wi-fi, certo, ma anche perché in biblioteca c’è una micro-rappresentazione della società che è più decifrabile, protettiva e rassicurante di quello che c’è fuori.  La biblioteca è lo spazio pubblico in cui una persona che non ha niente, se non il minimo per soddisfare i bisogni primari, può cominciare a costruire una rete. Di relazioni, di conoscenze, di emancipazione, di sicurezze, di senso.

Questi sono i poveri che chiedono, tutti i giorni, biblioteche e servizi per cacciarsi (o restare) fuori dai guai. Cominciare a considerarli utenti è il primo passo per pensare a loro come destinatari dei servizi della biblioteca ed esplorare i nuovi bisogni cui questi servizi dovranno saper rispondere.

 

 

 

 

 

 

 

Libri da buttare

Nei primi tre mesi del 2017 i casi di morbillo in Italia sono stati 1439. Nello stesso periodo dell’anno, nel 2016, sono stati 237. Nel 2015, sempre da gennaio a marzo, 43. Qui tutti i dati.

Da cosa dipende l’aumento di questi numeri? Aumenta il numero di genitori che non vaccinano i propri figli, per cui, anche a causa dell’ indebolimento della cosiddetta immunità di gregge, la copertura vaccinale è insufficiente per evitare il contagio. Quindi, oltre ai bambini non vaccinati per scelta ci sono persone che non possono vaccinarsi, o non sufficientemente immuni alla malattia per vari motivi, che si ammalano. C’è da dire che il morbillo non è un’ innocua indisposizione che ricopre per qualche giorno chi la contrae di macchie rosse: è una malattia potenzialmente mortale, che può avere complicanze anche gravissime: per esempio polmonite, encefalite, insufficienza respiratoria, convulsioni. Basti pensare che il 39% degli ammalati di quest’anno è stato ricoverato in ospedale, il 15% arrivato tramite pronto soccorso.

Se c’è chi non ritiene il morbillo una malattia così grave, per cui arriva a non vaccinare i propri figli, offrendo così anche ad altri (solo per fare un esempio: a chi è immunodepresso a causa di una chemioterapia)  la possibilità di essere contagiati, diverso è il caso del tumore. Il tumore è la malattia che temiamo: conosciamo tutti qualcuno che ne è stato colpito, sappiamo che dolore e paura non sono risparmiati neanche a chi arriva a una guarigione. Per questo colpisce ancora di più il seguito che ha un certo signore, che si chiama Ryke Geerd Hamer, il quale sostiene, fra molte altre pericolosissime sciocchezze, che il tumore sia frutto di un conflitto psichico, e dunque basta curare il conflitto per curare il tumore; che le metastasi sarebbero un’invenzione della medicina e che in nessun caso bisogna somministrare morfina per controllare il dolore nelle persone ammalate.

Recitiamo come un mantra, noi bibliotecari, il ruolo fondamentale delle biblioteche per sviluppare cittadini informati, consapevoli, in grado di orientarsi e di riconoscere il falso dal vero, le opinioni dai fatti, le false credenze dalla scienza. Abbiamo condiviso in molti, in questi giorni, sulle pagine social delle nostre biblioteche, la chiara infografica realizzata dall’IFLA su come riconoscere le false notizie, che si conclude con l’invito, in caso di dubbi, a rivolgersi ai bibliotecari, che sono gli esperti in questo caso.

E allora ho provato a fare l’utente. Ho aperto fiduciosa la pagina del catalogo del mio sistema bibliotecario e ho inserito nella stringa di ricerca il termine “vaccinazioni”. Risultano presenti 153 monografie. Sfortunatamente il soggetto di tutte queste opere, l’ unico elemento che permetterebbe di capire l’approccio all’argomento trattato (purtroppo l’OPAC in questione non contiene abstract),  nella maggior parte dei casi non dice più di quell’unica parola: “vaccinazioni”. Dunque bisogna affidarsi al titolo, spesso ambiguo, o all’editore, in qualche caso noto, per capire se si tratta di un libro che sostiene che i vaccini sono propaganda delle cause farmaceutiche e sono il male assoluto per i nostri bambini, oppure se ci troviamo davanti a serie argomentazioni medico-scientifiche. Dal momento che con il solo catalogo non se ne viene fuori, allora con paziente copiaincolla inserisco ciascun titolo in Amazon, IBS o altri siti commerciali, che contengono abstract e recensioni dei testi che ho trovato, e lì tutto diventa più chiaro. (E questo meriterebbe un discorso a parte su quanto a volte siano teneri i nostri tentativi di fare information literacy spiegando agli utenti come funzionano i nostri ottusi cataloghi).

Scopro, davvero con sorpresa e sgomento, che nel mio sistema bibliotecario ci sono almeno 12 titoli usciti negli ultimi 5 anni (e ovviamente svariate copie per ciascun titolo) che diffondono superstizioni e opinioni prive del minimo fondamento scientifico contro le vaccinazioni. Le teorie del signor Hamer invece, possono contare su una documentazione di circa 7 titoli, anche questi presenti in più copie nelle diverse biblioteche. La situazione non migliora consultando i cataloghi di altri sistemi bibliotecari: nelle nostre biblioteche acquistiamo, cataloghiamo, prestiamo e promuoviamo libri che diffondono disinformazione, teorie false e pericolose per il singolo e per la società.

E allora, è arrivato il momento di buttarli via, questi libri. Tenerli sugli scaffali delle nostre biblioteche è un atto di irresponsabilità: vuol dire fornire supporti credibili (in fondo sono passati dal vaglio dei bibliotecari, esperti di corretta informazione!) a opinioni sbagliate e dannose.

Chi pensa che la scelta dei documenti da proporre al pubblico in biblioteca debba essere fondata su un’equidistanza geometrica da tutte le posizioni, da tutte le opinioni, deve sapere che il compito della biblioteca è quello di documentare: fornire conoscenze solide su cui operare le proprie scelte, su cui fondare le proprie convinzioni. Documentare non è alimentare idee e credenze prive di fondamento che hanno conseguenze pericolose sulla vita delle persone.

Chi grida alla censura, sappia che buttando via questi libri non stiamo privando il mondo di queste fondamentali teorie, perché continueranno a sopravvivere, e pure in abbondanza, dove già trovano ampio spazio e diffusione: in decine di pagine Facebook e in altrettanti siti web, anche indicizzati da Google fra i primi posti. Chiunque è liberissimo di disinformarsi in rete, ma se viene in biblioteca deve sapere che qui, e soprattutto su temi delicati come la salute, troverà informazione di qualità, conoscenze supportate da fonti serie, sia nei libri che in rete; mentre la magia, le credenze popolari, la fantascienza, le superstizioni le potrà trovare al massimo nelle rispettive classi Dewey.