Una questione di identità

Oggi al supermercato ho incontrato Sara.

Era bellissima, con i suoi lunghi capelli neri e gli occhi scuri sempre vivaci, il sorriso dolce e sfrontato, uguale a quello della prima volta che l’ho vista. Incredibilmente, con lei c’era la sua amica Yasmin: quindici anni fa, forse poco più, loro bambine di seconda elementare arrivate da pochi mesi in Italia, io bibliotecaria della periferia urbana della mia città, erano inseparabili. Alcuni bambini piccoli ci giravano intorno nella nostra breve conversazione fra gli scaffali. Con un sorriso abbiamo detto entrambe “Ti ricordi di me?”. Certo che ci ricordavamo. Abbiamo rievocato insieme la vecchia sede della biblioteca; le ho detto ancora: “Quando penso a quegli anni e a quella biblioteca, non posso fare a meno di ricordare anche te”. Lei era stupita, non pensava forse di essere così speciale. Non lo ricordava.

Venne la prima volta in visita alla biblioteca con la sua classe. Io raccontai loro della biblioteca, del codice segreto che identifica magicamente il posto di ciascun libro sulla scaffale; risposi alle loro domande spiegando che no, quei libri non erano tutti miei, e che no, non li avevo letti tutti, e poi li tirammo fuori insieme dagli scaffali e sul grande tappeto, bimbi e libri in ordine egualmente sparso, leggemmo delle storie. Come sempre, poi alla fine tutti andarono via con la testa piena di quei racconti, e in mano il modulo da riportare firmato dai genitori.

Non tutti poi tornano. Lei invece fu la prima a tornare, quello stesso pomeriggio. Aveva in mano il modulo, voleva la sua tessera della biblioteca.

Timida, ma guardandomi dritta negli occhi me lo porse. Lo presi, guardai il modulo: un attimo di sorpresa. Sorrisi, la guardai e le chiesi: “Ti chiami davvero Sara?” E lei, sicura: “Sì”. “E anche tua madre si chiama Sara?” “Sì”. Il cognome di quella bambina maghrebina risultava essere uno dei più comuni della città, e anche la madre a quanto pareva portava quel nome e cognome. Nello spazio in cui si riporta il numero di documento di identità di un genitore, c’era una sequenza di numeri a caso che neanche riuscivano a stare sulla stessa riga. Il modulo era compilato con una grafia incerta: era inequivocabilmente scritto da una bambina che aveva appena imparato a scrivere.

Ho pensato e ripensato anche in seguito a quello che poteva essere successo. Forse i genitori preferivano non firmare documenti ufficiali non indispensabili appena arrivati in un paese nuovo e sconosciuto. Forse la madre non aveva un documento da allegare, richiesto per l’iscrizione dei minori. Forse le avevano negato il permesso di andare in biblioteca, o di avere una tessera personale, magari per il timore che i figli rovinassero i libri presi in prestito e di doverli in quel caso rifondere. Forse, semplicemente, non aveva detto niente a nessuno ed era stata una sua iniziativa.

Senza chiedere altro, cominciai a inserire quei dati palesemente falsi, e qualche minuto dopo la tessera era pronta. La bambina si precipitò verso i libri che aveva sfogliato la mattina, ne prese subito in prestito il numero massimo possibile, e poi restò in biblioteca fino all’ora di chiusura. Nei giorni, settimane, mesi e poi anche anni successivi, lei era sempre lì, sempre con la sua amica Yasmin. Decine e decine di libri sono usciti  dalla biblioteca e poi rientrati passando da casa sua (qualcuno sì, è tornato con le pagine strappate: erano stati i suoi fratellini, mi diceva sempre. “Loro non hanno cura dei libri”).

Mi colpì tanto la storia di quella bambina molto piccola che, arrivata da poco in Italia, già si percepiva come una persona che aveva qualche diritto in meno rispetto agli altri bambini, che in Italia ci erano nati. E che si era organizzata subito per colmare questa differenza: con intelligenza, prontezza di spirito, ma anche con la forza e tutta la spontaneità della sua convinzione di essere come gli altri. I bambini lo sanno, e praticano la loro appartenenza ad un mondo di pari in modo istintivo: perché mai dovrebbero lottare per affermarlo?

Anche oggi, salutando quella donna molto bella, curata, sicura, dallo sguardo fiero e il sorriso dolce, le ho detto: “Ciao, Sara”. Non ho mai saputo il vero nome di quella bambina che si fingeva italiana per poter frequentare la biblioteca. Ma che importa.

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