Oggi non ho fatto niente

Oggi ero io, in biblioteca, quella che non faceva niente. Avevo finito di lavorare presto e avevo un altro impegno in città dopo due ore, e fuori era freddo. Così ho scelto la biblioteca, perché era un posto caldo dove poter stare senza che qualcuno venisse a chiedermi qualcosa. Sono stata seduta un bel po’ e non ho toccato neanche un libro: non avevo voglia di leggere. Ho risposto a qualche email dallo smartphone usando il wi-fi della biblioteca, e poi ho passato il tempo a guardare gli altri, perché se c’è una cosa che non mi stancherei mai di fare nella vita è starmene in qualche posto, da sola, a guardare la gente che passa.

No, non ho usato la biblioteca per i suoi servizi, a parte un po’ il wi-fi. Ero una che non faceva niente. Come quelli che giorni fa nominava il tal politico: “Sono passato in biblioteca giorni fa, certo ne avete di gente che non fa niente“. Come quelli che ci mandano in crisi, noi bibliotecari, nei giorni di pioggia: tanti i posti occupati da quelli che non fanno niente. Come quelli che spingono diligenti studenti universitari a scrivere lettere al giornale lamentando la violazione del tempio della cultura da parte di chi non fa niente.

Alcuni sono personaggi noti: ogni biblioteca ha i suoi, quelli che ricorrono negli aneddoti curiosi dei bibliotecari. La donna dal volto di indecifrabile tristezza che ogni tanto, furtivamente, si cerca un angolo nascosto e si mette a riordinare i libri fuori posto sugli scaffali. L’ anziano signore che tutte le mattine è il primo ad entrare, si siede dove trova posto, tira fuori fogli di carta bianca e matita e disegna le persone che vede, poi verso le undici esce e non si vede più per il resto della giornata. L’altro signore che in biblioteca ci passa tutto il giorno con un libro in mano, che si porta da casa, e che interrompe le lunghe giornate senza fare niente con qualche mezz’ora di lettura. Le signore straniere che fanno le pulizie negli uffici, abitano chissà dove in periferia e le corse dell’autobus sono rare, arrivano con molto anticipo, si cercano un posto e aspettano chiacchierando sottovoce. Chi viene nella pausa pranzo a mangiare in giardino qualcosa che ha preparato in casa e chiuso in un contenitore di plastica. I ragazzi che escono da scuola e aspettano che qualcuno li venga a prendere. La ragazza che viene con un bambino piccolo, cerca una poltrona in un angolo discreto e si mette ad allattarlo, e quando ha finito va via. I tanti immigrati che aspettano: un permesso di soggiorno, una casa, un lavoro, l’ora di cena, un treno, un compagno di viaggio, o semplicemente che qualcosa accada mentre i giorni trascorrono.

E insieme a loro altri, invisibili perché non si fanno notare: non chiedono, non disturbano. Si mescolano nel via vai quotidiano.

Tutti hanno in comune una scelta: passare del tempo in biblioteca, indipendentemente dall’uso dei servizi che questa offre.
Hanno scelto gli spazi, e insieme la compagnia indistinta degli sconosciuti che la frequentano; la possibilità di essere anonimi, e nello stesso tempo di affermare la propria unicità in uno spazio dove chiunque può trovare il suo posto.

Avevo letto qualche tempo fa questo post di Marco Goldin, a proposito della parte silenziosa della comunità rilevata dai social media. L’articolo è interessantissimo e dice cose sorprendenti sulle comunità invisibili che popolano le pagine Facebook. Noi contiamo i like e le condivisioni dei post, e non ci accorgiamo che esistono interazioni, nodi e reti intorno alla nostra attività social che non vediamo, e per questo pensiamo che non esistano. Vediamo per esempio che un post non ottiene dei like e di conseguenza possiamo anche decidere di non postare più altro di quella tipologia. E sbagliamo.

Io leggevo e pensavo: ma non è che questo accade anche dentro il mondo fisico delle biblioteche? Noi contiamo i prestiti e gli iscritti al prestito e facciamo i profili di comunità e organizziamo i servizi sulla base di questi dati. Bene, ma quelli che ci scelgono per altri motivi, o semplicemente per nessun motivo preciso, chi sono, dove li mettiamo? Abbiamo una responsabilità nei confronti della loro scelta? Credo di sì.

Abbiamo creato luoghi accoglienti, sicuri, rispettosi dell’unicità di chiunque (se siamo stati bravi). Abbiamo creato spazi in cui anche solo passare il tempo, senza usufruire dei servizi, può fare la differenza per le persone che li frequentano. Sono persone che non vanno altrove, che scelgono la biblioteca. Perché non esiste un altrove in cui si può vivere una dimensione così intimamente propria e così fortemente collettiva come la biblioteca.

Di sicuro, la biblioteca non l’abbiamo organizzata così per loro, tenendo presente quel target di riferimento. Perché quel target non esiste nei profili di comunità, nelle analisi dei bisogni. Eppure, con la loro presenza, queste persone sono preziose, perché contribuiscono a dare questa identità libera alla biblioteca pubblica, questo senso di gratuità – perché nulla è richiesto a chi entra.
Allora mi chiedo se non sia nostro compito anche avere cura di queste esigenze, ricordandocene ogni giorno e cercando un equilibrio fra la funzionalità degli spazi e la cura della loro neutralità, lasciando che siano le persone – che sono singoli e comunità insieme – a caratterizzarli, a renderli mutevoli, flessibili, funzionali anche in base alle proprie necessità e non solo secondo il criterio dei servizi offerti.
E questo, in fondo, vuol dire anche avere cura di spazi sociali sani, in cui è possibile coltivare forme spontanee di rispetto e di convivenza civile.

4 pensieri su “Oggi non ho fatto niente

  1. “… una dimensione così intimamente propria e così fortemente collettiva come la biblioteca”. GRAZIE per questa bellissima, lunga e profonda riflessione. Soprattutto VERA!!! firmato: una bibliotecaria che continua a crederci, tra i numerosi bibliotecari che NON si arrendono 🙂

  2. condivido e dedico questa lunga riflessione a Maurizio, assiduo ozioso frequentatore della mia biblioteca che un giorno ha devido di lasciarci per sempre

  3. ognuno in biblioteca ,può trovare nel suo angolo,quelle cose che non ha potuto fare da giovane ,per, pigrizia o per altri impegni che l’hanno distolto dal piacere di una lettura o uno studio di qualche cosa interessante .
    Oggi con qualche capello bianco in più ,in biblioteca trova l’ambita soluzione. Grazie di esserci silenziose e discrete.

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